Chi ricicla la plastica lo sa bene: il nero è un problema. Nei centri di recupero si impiega diffusamente da anni la spettroscopia nel vicino infrarosso (Nir) per la selezione dei vari tipi di plastica che arriva dalla raccolta. Il problema è che le plastiche nere, colorate con derivati del carbonio, assorbono la luce senza restituirla e quindi risultano incomprensibili ai sensori. Risultato? Vanno a finire in discarica.
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Buffalo però ha sviluppato un approccio alternativo: invece della luce riflessa, misura il calore generato dall’assorbimento nel medio infrarosso, dove ogni polimero ha un’impronta molecolare unica indipendente dal colore. Insomma, hanno stabilito i principi per una futura democrazia cromatica: per la prima volta, il colore non decide il destino di un rifiuto.
La difficoltà dello smistamento
La ricerca, pubblicata a inizio giugno su Nature Communications Engineering, ricorda che ogni anno nel mondo vengono prodotte circa 220 milioni di tonnellate di plastica. Si ricicla effettivamente solo circa il 9% del totale, e si stima che oltre 5.250 miliardi di oggetti in plastica siano già dispersi negli oceani. In Italia, come in altri paesi occidentali, nei centri di raccolta differenziata vengono impiegati sistemi automatizzati capaci di discernere tutti i tipi di polimeri, non solo i principali Pet e Hdpe. La rilevazione basata su tecnologia Nir è abbastanza veloce e un nastro trasportatore può viaggiare a circa 4 metri al secondo.












