Ma davvero non possiamo fare a meno di filmare ogni istante degli eventi a cui partecipiamo? A tutti noi sarà capitato di tirare fuori lo smartphone al concerto dell’anno, proprio mentre risuona il nostro ritornello preferito. O di fare tap sullo schermo mentre l’attaccante della nostra squadra sta per battere il rigore decisivo, in uno stadio gremito. Affermare che lo smartphone impedisca di vivere pienamente il momento è ormai un’idea consolidata, come se confezionassimo le esperienze per farne godere la platea social di Instagram. Già anni fa, Umberto Eco riprendeva proprio questa opinione, nella sua Bustina Stupido, metti via quel telefonino: “Ho raccontato in varie occasioni come abbia smesso di far fotografie nel 1960, dopo un giro per le cattedrali francesi, fotografando come un pazzo. Al ritorno mi ero ritrovato con una serie di foto modestissime e non ricordavo che cosa avessi visto. Ho buttato via la macchina fotografica e nei miei viaggi successivi ho registrato solo mentalmente quello che vedevo. A futura memoria, più per gli altri che per me, comperavo ottime cartoline”.Almeno una volta abbiamo fatto tutti un pensiero simile: “Stavolta non tiro fuori il telefono, voglio godermi l’esperienza”, associando l’utilizzo dello smartphone a una fonte di distrazione, come se risucchiasse l’intera vitalità presente agli eventi a cui assistiamo. Tuttavia, possiamo tentare di osservare questo fenomeno anche da punti di vista differenti. Onestamente, oltre all’idea che desideriamo fotografare ciò che abbiamo intorno per mostrarlo agli altri (ed è vero), “l’intrusione” della tecnologia nelle nostre vite ha a che fare con la natura umana molto più di quanto pensiamo. Dopotutto, come ricordava Eco, scattavamo foto ricordo ben prima dell'invenzione dei social. Credo che catturare le esperienze all’interno di una fotografia sia il modo più semplice che abbiamo per tentare di cristallizzarle. Se un poeta racchiude l’intensità di un ricordo all’interno di un verso o un cantautore lo trasforma in musica, noi mortali cerchiamo di raggiungere una piccola eternità donandoci un presente riproducibile, una collezione di attimi in cui suggellare i nostri sentimenti. Forse, per il timore che il presente ci sfugga, accettiamo di affievolirne un po’ l’intensità pur di stringere tra le mani un istante da conservare, come se i nostri occhi e la nostra memoria fossero troppo fragili di fronte alla caducità del tempo. In certi casi, poi, lo schermo diventa rifugio. La fotografia può essere il modo con cui cerchiamo di controllare un evento che ci appare ineluttabile, troppo potente rispetto alle nostre forze o capacità. Pensiamo a quanti video di tragedie girano sui social: la reazione spontanea è chiederci perché chi filma non sempre intervenga. A volte, rifugiarsi nello schermo può diventare una barriera contro il mondo esterno, mentre l’atto della ripresa può rappresentare un tentativo di mettere ordine in ciò che sta accadendo e di gestire un’emozione troppo forte, la ricerca di controllo in una testa in cui rimbombano pensieri caotici. Ma tornando alla quotidianità, la fotografia nasconde molto più del semplice esibizionismo. Pensiamo a ciò che facciamo noi studenti fuorisede una volta tornati a casa: fotografiamo il piatto cucinato dalla nonna, il profilo del nostro cane, la tavola ricca di gente nei pranzi domenicali, il mare dal finestrino del treno. Un insieme di attimi che, prima della partenza, catturavano molto meno l’attenzione della nostra fotocamera. Prima di partire non conoscevamo il timore che quella tavola, alla prossima discesa, possa essere un po’ più vuota, o la paura che le pareti di casa mostrino i segni del tempo, sui mobili e sui volti delle persone amate. Siamo preoccupati all’idea che persino il mare possa prosciugarsi, o meglio, che a prosciugarsi sia la gioia con cui entravamo in quell’acqua da bambini. Così, fotografiamo tutto, anche ciò che prima era talmente abituale da essere invisibile, o talmente familiare da credere che fosse per sempre. Scattiamo, dunque, per ingannare il tempo e persino la morte: per essere sicuri di avere ancora tutto con noi quando saremo altrove. Nell’instancabile, straordinario tentativo di rendere eterno ciò che sappiamo non esserlo.