C’è una frase che torna spesso negli studi, nelle scuole, nelle conversazioni con i genitori: “Dottore, ma è solo uno smartphone… cosa vuoi che sia”. È una frase leggera, quasi difensiva, come se bastasse ridurre tutto a uno schermo per non vedere davvero cosa sta accadendo. E invece il punto non è quello che si vede mentre si scorre, ma quello che resta dopo. Una ricerca dell’Imperial College London, pubblicata nel 2026 e condotta su oltre duemila ragazzi seguiti nel tempo, prova a mettere ordine proprio lì, nel “dopo”. Non fotografa un momento, ma segue un processo: sopra le tre ore al giorno di social aumenta il rischio di sviluppare sintomi di ansia e depressione negli anni successivi. Non durante l’utilizzo, ma nel tempo.
Lettera di un papà (psicoterapeuta) a Meloni: “Vietare i social non basta, serve un patentino”
20 Aprile 2026
A letto con il cellulare
È un dato che non fa rumore, perché non produce effetti immediati e visibili, ma che racconta molto di più di quanto siamo disposti ad ammettere. Il problema non è solo il contenuto, ma il ritmo. Ragazzi di undici, dodici anni iniziano a vivere dentro un flusso che non si interrompe mai. Lo portano a letto, lo tengono acceso nella mente anche quando il corpo dovrebbe rallentare. Il sonno cambia, diventa più leggero, più instabile. E quando si altera il sonno, lentamente si incrina anche tutto il resto: l’umore diventa più fragile, la capacità di tollerare la frustrazione si riduce, l’autostima si appoggia sempre più a ciò che arriva dall’esterno. Non è un caso che le ragazze risultino più esposte, perché vivono con maggiore intensità il confronto e il bisogno di riconoscimento. Ma il punto non è dividere, è comprendere che il contesto è cambiato per tutti.






