VENEZIA - Chi ha letto le carte, non si stupisce di quanto affermato da Matteo Salvini alla kermesse di Milano Marittima: «Dice che resterà alla guida della Lega altri tre anni? È esattamente così, si è blindato. Nello statuto del partito non è prevista alcuna mozione di sfiducia nei confronti del segretario, Salvini è perfino proprietario di tutti i marchi della Lega. Un nuovo, anticipato congresso? Servirebbero "dimissioni contemporanee di almeno la metà dei membri del Consiglio Federale". Ma questo non accadrà mai. Tocca accontentarci del Tavolo dei Territori, questa nuova creatura partorita da Salvini per sedare quelli che secondo lui sono ribelli, quando in realtà sono solo preoccupati che di questo passo la Lega scompaia. E, comunque, scommettiamo che tempo un'altra riunione, al massimo due e poi svanirà anche il Tavolo?».
Il malcontento Sono le voci ormai desolate dei militanti leghisti che, prima di veder sprofondare il partito, si aspettavano un cambio di rotta. Quello delineato da Luca Zaia e Massimiliano Fedriga e concretizzatosi con una bozza di modifica dello statuto preparata da Roberto Calderoli per adottare il modello bavarese e cioè una Lega nazionale in mano a Salvini e una Lega del Nord in mano al presidente del consiglio regionale del Veneto e al governatore del Friuli-Venezia Giulia, lasciando il Sud a Claudio Durigon. Non se ne è fatto niente, anzi, Salvini prima ha annunciato l'istituzione di una cabina di regia, poi ha creato il Tavolo dei Territori per parlare di "temi". Il governatore del Veneto Alberto Stefani, proprio dal palco di Milano Marittima, l'altro giorno non ha certo preso le distanze dal suo segretario («Salvini vuole bene al partito»), ma sui social non ha scritto una riga né pubblicato una sola foto della sua partecipazione alla kermesse. Come presidente della Regione ci sta, come vicesegretario federale della Lega (uno dei tre con Claudio Durigon e Silvia Sardone) è un silenzio che a molti è parso singolare. Silenzio Del resto, in Veneto sono pochi i leghisti a parlare. A microfoni spenti raccontano lo «sgomento» e la preoccupazione per la perdita di consensi da un lato e la campagna acquisti del generale Vannacci dall'altro. I più speranzosi guardano a Pontida e sognano i fischi del 2013: quella volta sul pratone venne contestato da parte dei fedelissimi di Umberto Bossi l'allora segretario veneto Flavio Tosi, braccio destro di Roberto Maroni. Ma si era reduci dalla "notte delle scope", il repulisti interno dopo lo scandalo dei rimborsi elettorali che aveva coinvolto l'ex tesoriere Francesco Belsito. Difficile che la storia si ripeta. Più facile, questo sì, che a Pontida compaiano altri striscioni di protesta, come è già successo a Milano, Rovigo, Treviso, tant'è che c'è chi non esclude che anche il raduno in terra bergamasca, come il "ritiro" previsto a Mogliano, quest'anno salti. Il monito Non tutti, comunque, in Veneto tacciono. Roberto Marcato, ex assessore e oggi presidente della Terza commissione in consiglio regionale del Veneto, oltre che indicato dal partito come candidato sindaco di Padova alle Comunali del prossimo anno, usa le stesse parole di Salvini quando a Milano Marittima ha detto che è «partito da militante e continuerà a fare il militante tra i militanti» anche quando non sarà più segretario, salvo aggiungere che resterà in carica fino al 2029. «Da militante a militante - afferma Marcato - dico che Matteo Salvini ha perfettamente ragione: un anno fa è stato eletto per acclamazione segretario federale della Lega e nessuno, a quel congresso, ha fiatato. Non solo, nessuno si è nemmeno opposto alla nomina di Roberto Vannacci a vicesegretario federale. Ma da militante a militante - aggiunge Marcato -, dico a Salvini che il tema non è per quanto tempo - un anno, due anni, tre anni, trent'anni - lui farà il segretario. Il tema è: cosa fa la Lega? Che partito è? Cosa e chi vuole rappresentare? Solo che, caro Matteo, non c'è più tempo».











