«Mi mancano tanti soldi per ripagare il mio debito, devo lavorare ancora molti anni». Mir si appoggia al muro per riposare la schiena e lascia per un attimo il fascio di rose rosse sul tavolo. Le vende a 1 euro l’una tra i locali della zona Nord di Milano, perché appena è arrivato dal Sud alcuni suoi connazionali lo hanno inserito nel loro gruppetto ed è rimasto invischiato nella rete. «Vivo con altri nove in due stanze vicino alla stazione centrale, il proprietario è italiano. Io vorrei andarmene – racconta Mir – ma non ci riesco. Quando stavo in Puglia – dice – almeno avevo più spazio e più aria». Mir è arrivato in Italia con il decreto flussi 2022, ma l’azienda che lo aveva assunto non esisteva e si è trovato, di colpo, ad essere irregolare e costretto ad accettare qualunque ricatto pur di iniziare a restituire il debito. E così, ingaggiato da una presunta agenzia di lavoro in cui figuravano tre italiani, tra cui un probabile commercialista, si è ritrovato a fare il bracciante nelle campagne del Foggiano per 3 euro l’ora. Come è riuscito ad andarsene dall’accampamento in cui viveva, Mir non lo vuole raccontare, ma le sue condizioni non sono migliorate, perché è semplicemente passato da un’organizzazione all’altra.Nel capoluogo lombardo, infatti, si ritrova a lavorare in nero, per pochi euro, esattamente come Billal, che vive letteralmente attaccato a Mir in pochi metri quadri. Bengalese di 32 anni, lavora come cameriere in un locale, completamente in nero: non ha orari, non ha garanzie, non ha diritti, eppure, tutti i giorni, con i suoi occhi brillanti, sorride a clienti cui porta cocktail e pietanze.Se ci facciamo caso, nelle nostre città ce ne sono tanti come Mir e Billal, ma nessuno li nota perché loro non protestano, non fanno rumore e noi siamo quasi abituati alla loro presenza silenziosa, ma utile. Perché, diciamolo, fa comodo a tutti avere frutta che costa poco, manodopera a basso costo nei negozi, rider che consegnano hamburger notte e giorno, aiutanti domestici da pagare poco e a cui non dare contributi. E dall’altro lato, probabilmente, a molti avere persone fragili che vivono ai margini fa gioco per le politiche securitarie e la propaganda. «La strage di Amendolara (vedi pagine seguenti) ha fatto inorridire l’Italia, ma sanno tutti che cosa succede da anni in questo Paese», racconta Emilio Mesanovic della Rete vesuviana solidale. Con il suo gruppo, Emilio gestisce alcuni “sportelli diritti” nella zona vesuviana, tra Poggiomarino e Scisciano, a cui si rivolgono persone de varie province e anche da fuori regione. «Di storie come quelle di Mir e Billal ne ascoltiamo tutti i giorni – dice ancora Emilio – Vediamo situazioni di schiavitù o padronato che, a volte, arrivano alla minaccia e violenza fisica e nel novanta per cento dei casi si tratta di persone che sono state truffate dal decreto flussi». Anche questa trappola è nota da anni, ma sembra che a nessuno dei governi che si sono succeduti in questi anni in Italia importi davvero. «Lo denunciamo ancora una volta, allora – dice ancora Emilio Mesanovic – ci sono reti di intermediari che si fanno pagare dai 10mila ai 24mila euro per far ottenere al lavoratore visto, contatto dell’azienda che assume e spesso anche il primo affitto dell’alloggio. In Italia, poi, ci sono aziende compiacenti che inseriscono le richieste e quando il malcapitato ottiene il nulla osta e arriva scopre che il datore di lavoro è irreperibile, che l’azienda non esiste e pure l’indirizzo della casa è falso». Il risultato è che questi lavoratori diventano immediatamente irregolari ed entrano nel circolo dello sfruttamento.Le segnalazioni arrivano a Napoli, ma anche a Milano. «Quello che registriamo sempre più spesso nei nostri uffici, soprattutto negli ultimi mesi, è un aumento di persone che chiedono asilo pur essendo entrate in Italia con un visto per motivi di lavoro». A raccontarlo è Maurizio Bove, presidente dell’Anolf, l’Associazione nazionale oltre le frontiere di Milano e Lombardia. «Sono soprattutto – spiega Bove – cittadini del Bangladesh che arrivano dal Sud Italia e sono legati ai decreti flussi 2023 e 2024 e probabilmente succederà lo stesso anche con quello del 2025. Hanno pagato anche 15mila euro e poi non hanno trovano il datore di lavoro promesso». Cosa comporta tutto questo? Per loro l’unica possibilità di restare in Italia è lavorare e ripagare il debito contratto provando a presentare una domanda di asilo. «Abbiamo un picco di richieste di asilo da parte di uomini e donne che erano entrate per motivi di lavoro e che sono costrette a ricorrere a questo stratagemma – spiega ancora Maurizio Bove – ma la maggior parte di queste domande viene respinta. E allora, visto che quasi tutti non possono tornare indietro, rimangono qui e finiscono vittime del lavoro nero e dello sfruttamento di tutti coloro che lucrano sulla disperazione di chi deve guadagnare il più rapidamente possibile per restituire il prestito ottenuto».Ci sono persone sfruttate, certo, ma ci sono spesso anche datori di lavoro, famiglie, che vogliono mettere in regola i propri dipendenti. Peccato che la normativa italiana lo renda quasi impossibile. «Per farlo – precisa Bove – l’unica possibilità che hanno è tentare la lotteria del decreto flussi. Quindi, se una famiglia decide di tentare questa strada, ammesso che riesca a ottenere una quota, deve rimandare la persona nel proprio Paese facendo finta che non sia mai stata qui. La persona, poi, va a ritirare il visto d’ingresso presso l’ambasciata italiana e rientra finalmente in Italia. A dirlo ci vogliono due secondi, a farlo passano mesi interi. Questo provoca, ovviamente, delle assenze che la famiglia non può permettersi, perché nel frattempo dovrebbe sostituire la lavoratrice o il lavoratore, magari assumendo qualcun altro in nero. Dall’altra parte, c’è un rischio per il lavoratore o la lavoratrice di essere fermata alla frontiera e di ricevere un provvedimento di espulsione». Difficile. Quasi impossibile. Eppure, paradossalmente, oggi sindacati e aziende sono spesso alleate, perché esiste una certa volontà di far emergere il lavoro regolare, dal momento che la carenza di manodopera è enorme. Però, non esistono strumenti efficaci, né per regolarizzare chi è già presente in Italia né per consentire un ingresso rapido e semplice a chi si trova all’estero. «E viene spontaneo chiedersi – aggiunge Maurizio Bove – se a qualcuno non faccia comodo che questo sistema continui a funzionare come un corto circuito».Lavoro nero, lavoro grigio, sfruttamento, schiavitù, padronato. Il problema riguarda la maggioranza dei settori: dalla ristorazione al delivery, dalla logistica all’assistenza domiciliare, dal commercio al dettaglio all’agricoltura, da Nord a Sud. «Oggi dovremmo parlare di una costellazione di forme diverse di compressione dei diritti che si manifesta in contesti differenti”, spiega Francesco Piobbichi, operatore sociale del progetto Meditterranean Hope. «Il problema dello sfruttamento riguarda un intero sistema che priva i lavoratori migranti della possibilità di difendersi. La legge Bossi-Fini e il decreto Flussi – dice Piobbichi – sono costruiti attorno alle esigenze delle imprese e non a quelle dei lavoratori. Quindi, direi che il problema è il sistema Italia. E poi – aggiunge Piobbichi – c’è un grande assente in quasi tutte le discussioni pubbliche che riguardano, in particolare il settore agricolo: la grande distribuzione organizzata. La Gdo continua ad aumentare i propri profitti praticando il sottocosto lungo le filiere. Quando si parla di sfruttamento si tende sempre a concentrarsi sull’ultimo anello della catena, il caporale, senza interrogarsi sulle responsabilità dell’intero sistema economico. Il tema – spiega ancora – non è solo aumentare i controlli nei campi o moltiplicare i progetti emergenziali. Occorre costruire un sistema fondato sulla dignità del lavoratore: ingressi regolari per ricerca di lavoro, accesso all’abitazione e diritti sociali garantiti. La nostra esperienza dimostra che un’altra strada è possibile». Attraverso il progetto Dambe So, Mediterranean Hope ha preso in affitto delle abitazioni e ha aperto un ostello sociale dapprima in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro, poi anche a Saluzzo, in Piemonte, altro luogo di sfruttamento della manodopera nel settore agricolo. «L’idea - racconta Piobbichi è costruire una rete di alloggi e ostelli distribuiti sul territorio che accompagni gli spostamenti stagionali tra Rosarno, Saluzzo, Foggia e altri distretti agricoli». Una vera infrastruttura sociale, finanziata in parte dai lavoratori e in parte da una filiera agricola più responsabile che potrebbe rappresentare un’alternativa ai ghetti in cui spesso vivono questi lavoratori invisibili che non hanno alternative. Ghetti come quelli di Borgo Mezzanone in Puglia o di Castel Volturno in Campania che, però, poi, possono diventare fucina di delinquenza e malaffare. «Nessuno mi ha voluto dare una casa – racconta Mohammed, marocchino da 12 anni in Italia – e mi sono trovato a vivere in una cantina alla periferia. Mi considerano solo braccia, non una persona vera». Altre volte, in mancanza di strumenti funzionali per l’accoglienza e l’integrazione, quando lo Stato considera questi lavoratori un problema da gestire e confinare piuttosto che persone con dei diritti, interi quartieri delle nostre città appaiono come enclave straniere. «Il rischio – conclude Piobbichi – è quello di costruire una sorta di “apartheid dolce”: una separazione apparentemente umanitaria, ma che continua a impedire a una parte della popolazione di vivere nelle stesse condizioni e con gli stessi diritti degli altri cittadini».
Non solo caporalato. Chi lucra sui nuovi schiavi
Reti criminali per i documenti e ingaggi legali solo sulla carta. Le pastoie del decreto flussi che alimentano nuovi traffici: dall’avviamento in nero agli allo







