Milano – La giornata di lavoro di Lucie, che indichiamo con un nome di fantasia, secondo il suo racconto iniziava in piena notte: dopo aver cucinato raggiungeva a piedi la stazione di un paesino della Brianza lecchese e poi prendeva all’alba il primo treno verso la stazione Centrale di Milano.
“Dovevo vendere davanti alla stazione il cibo che avevo preparato a casa – spiega – e mia zia mi diceva di tornare la sera con almeno 60 o 100 euro, altrimenti mi picchiava e mi faceva dormire sul balcone”. Quando non riusciva a vendere abbastanza porzioni agli stranieri che stazionano in piazza Duca d’Aosta Lucie si sarebbe prostituita, “per non subire le percosse” da parte della donna che l’aveva fatta arrivare in Italia, ancora minorenne, dalla Costa d’Avorio. La ragazza, protetta da un paravento, ieri ha reso la sua testimonianza davanti ai giudici della Corte d’Assise di Milano, a pochi metri dalla “zia” e dal marito imputati a piede libero per tratta di persone e riduzione o mantenimento in schiavitù, per averla costretta a vivere in uno “stato di soggezione e povertà” fino a quando la ragazza ha trovato il coraggio di ribellarsi.
Accuse respinte dai due coniugi, anche loro ivoriani da tempo residenti in Lombardia, difesi dagli avvocati Roberto Brambilla e Giuseppe Marino. Nelle prossime udienze potranno sottoporsi all’esame o rilasciare dichiarazioni spontanee, fornendo la loro versione. Un processo scaturito dalle indagini della polizia, coordinate dalla Procura di Milano, avviate dopo che la ragazza ha raccontato gli episodi ai responsabili della comunità che l’ha accolta e anche alla Prefettura, per chiedere protezione.







