di
Nicolò Franceschin
Scaloni, Deschamps, de la Fuente e Ouahbi: storie differenti, valori e destini comuni. I quattro c.t. conquistano tutti con semplicità e attenzione al gruppo
C'è un uomo che ha giocato nell'Atalanta e nessuno si ricordava di lui. Un altro che, tolta una finale di Champions, con i club ha avuto poca fortuna. Uno che fino al 2022 era (semi)sconosciuto anche nel suo Paese. E poi uno che si è affacciato al «mondo dei grandi» soltanto lo scorso marzo. Potrebbero sembrare i ritratti e i preludi di quattro «principianti» destinati al fallimento. È in realtà la geografia dei c.t. che guidano quattro delle Nazionali che si giocheranno questo Mondiale e che, a gironi finiti e ognuno per motivi diversi, hanno impressionato. Lionel Scaloni, Didier Deschamps, Luis de la Fuente e Mohamed Ouahbi in panchina. Argentina, Francia, Spagna e Marocco in campo.
Il Mondiale fin qui giocato ci ha già lasciato una prima importante lezione. Anzi, due. La prima è che c'è una ragione se chi guida le Nazionali ha un nome ad hoc (c.t.) e non viene chiamato semplicemente «allenatore». Perché come non tutti i commissari tecnici possono guidare un club, così non tutti gli allenatori possono trasferirsi in una Nazionale. La seconda è che per essere un buon c.t. ci vogliono caratteristiche precise, che spesso non coincidono con quelle richieste dalle società. L'aver allenato in passato un club non consegna un sicuro passaporto per il mondo. Come non funziona l'essere una figura accentratrice di fama e meriti e di estrema personalità. Insomma, l'uomo solo al comando non va. Si preferiscono altri valori e qualità: una sviluppata intelligenza emotiva, la gestione del gruppo, l'esperienza.







