di
Paolo Condò
Niente modelli da copiare, il ruolo è troppo unico per derogare da personalità e curriculum dei candidati
Fuggevole è il destino di chi si accolla una nazionale per guidarla in un torneo lunghissimo come questo Mondiale, eppure drammaticamente breve una volta composto il tabellone dell’eliminazione diretta, e nel linguaggio immaginifico dello sport ogni partita diventa un «vinci o muori». La certezza è che le certezze non esistono: i due Mondiali moderni dell’Italia sono stati vinti dal tecnico federale per eccellenza, Enzo Bearzot, e dalla quintessenza del grande allenatore di club portato in azzurro, Marcello Lippi.
Oggi si affrontano due ct che non molti anni fa avremmo definito improbabili. Lionel Scaloni nasce come responsabile ad interim dell’Argentina perché di profili forti disponibili non ce n’erano e occorreva prendere tempo: beh, fate pure con calma visto che ha vinto un Mondiale, e oggi si gioca il secondo. Luis De la Fuente è entrato nei ranghi federali spagnoli rispondendo a un annuncio, e arriva alla finale di stasera con tre titoli europei alle spalle, under 19, under 21 e assoluto, ottenuti più o meno con gli stessi giocatori. Sono i «buoni» di un Mondiale che pullula di «cattivi»: Deschamps che ha sprecato una Francia colma di ogni bendidio, Tuchel che ha dilapidato una carriera in 30 minuti di terrore, Ancelotti che doveva aggiungere al Brasile ciò che palesemente gli mancava in campo (ma era troppo), Pochettino che neanche con gli assist di Trump, Bielsa che a 70 anni non sa più parlare ai giocatori, e alleni dunque gli allenatori visto che a Coverciano ne ricordano con ammirazione una lectio magistralis e De la Fuente lo cita come suo guru.














