La riforma della riscossione messa in campo dal governo Meloni nell’ambito della delega fiscale servirà a poco se all’amministrazione non verranno dati più strumenti per recuperare i crediti. È il messaggio che emerge dal capitolo dedicato alle “attività di competenza dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione” del giudizio di parificazione sul Rendiconto generale dello Stato della Corte dei conti. Le tabelle della relazione mostrano ancora una volta come sia ridotta al lumicino la capacità di trasformare gli accertamenti in incassi effettivi. Le rateazioni continuano ad aumentare ma chi le richiede spesso mette di pagare, così come i contribuenti che aderiscono alle “rottamazioni” care alla Lega, quelle che abbuonano sanzioni e interessi: l’incasso finale si ferma sempre a una piccola parte dell’introito previsto. E l’esecuzione forzata, pur in miglioramento dal post Covid, ha ancora il fiato corto.

Non a caso la Corte torna a chiedere un rafforzamento delle procedure di riscossione coattiva, troppo poco incisive a fronte di un magazzino delle cartelle esattoriali che continua a espandersi e ha ormai toccato quota 1.331 miliardi di euro. Effetto del fatto che negli ultimi ventisei anni, mediamente, lo Stato è riuscito a recuperare solo il 14,7% dei crediti affidati. Per capire perché tanti crediti dello Stato restino inesigibili bisogna guardare a quello che succede dopo l’accertamento: quando il contribuente sceglie se pagare, chiedere una rateazione oppure ignorare la cartella. È in questa fase che si decide se quei crediti si trasformeranno in soldi per l’erario oppure finiranno per alimentare ulteriormente quella montagna sempre più alta.