Ci sono rumori a cui la maggior parte delle persone non fa quasi caso, ma che per alcune diventano intollerabili: il trillo del citofono, il clacson di un’auto, lo scroscio dello sciacquone, perfino il clic degli interruttori. Succede a chi soffre di iperacusia, un disturbo dell’udito caratterizzato da una ridotta tolleranza ai suoni che, in base alla tipologia e alla gravità della condizione, sono percepiti come amplificati, insopportabili o dolorosi.
Si stima che il disturbo riguardi tra lo 0,2 per cento e il 17,2 per cento delle persone che non sono esposte a fattori di rischio e fra il 3,8 per cento e il 67 per cento di quelle che lo sono, come musicisti e insegnanti. La forbice così ampia riflette quanto poco ancora sappiamo di questa condizione, rispetto alla quale gli stessi audiologi spesso non sono preparati: non abbiamo dati epidemiologici solidi né test diagnostici oggettivi né una cura definitiva. Così gli iperacusici diventano invisibili.
“Ormai misuro il mondo in decibel”, racconta Nadia Meli, 61 anni. Maestra di scuola primaria in provincia di Bergamo, ha subito un trauma acustico nel 2024: un grido improvviso e lacerante le ha provocato ipoacusia (ha perso la capacità di sentire le frequenze più alte), acufeni reattivi e iperacusia. Un otorino le ha consigliato un trattamento in camera iperbarica, un’apparecchiatura in cui si respira ossigeno puro a una pressione superiore a quella atmosferica, usata a volte per l’ipoacusia improvvisa.







