La poca neve caduta quest’anno si è ormai completamente sciolta, gli invasi mostrano un riempimento al di sotto della media storica, mentre i laghi alpini restano la coperta sempre più corta per usi agricoli, idropotabili, ambientali e turistici. Intanto arrivano le prime ordinanze per contenere i consumi evitando gli sprechi (Alzate Brianza, Solbiate con Cagno, Villa Guardia, Montano Lucino nel Comasco). Un déjà vu che riporta alla memoria la calda estate del 2022 (giusto per non scomodare i decenni addietro), ma che pone interrogativi pesanti sul futuro, se non si riesce a ridurre le emissioni e a frenare il costante aumento delle temperature.

Il bollettino Arpa sulle riserve idriche conferma che siamo da mesi abbondantemente sotto la media del periodo 2006-2025: abbiamo iniziato il 2026 con un’eredità del -32,3% (bollettino del 4 gennaio) e un accumulo di manto nevoso del -60,5%, e, di fatto, il gap non è mai stato recuperato, neanche con le piogge primaverili.

L’effetto è che a giugno ancora in corso le riserve idriche del manto nevoso sono già esaurite. Restano circa 665 milioni di metri cubi degli invasi, sotto la media storica del 25%, e poco più di 1 miliardo di mc dei laghi, -18,4% della media. Per ora i gestori dei laghi e i consorzi di bonifica e irrigazione hanno erogato tutta l’acqua necessaria agli agricoltori, ma intanto è stata concordata una riduzione, per consentire una stagione irrigua che non si fermi anzitempo. Guardando ai vari bacini, soffrono soprattutto Adda (-44,9% di riserve idriche rispetto alla media) e Brembo (-47,5%); tra i grandi laghi alpini, quello più in difficoltà è il lago Maggiore (-29,3% di riserve idriche).