Lo Stretto di Hormuz si conferma il punto di rottura degli equilibri mediorientali, trasformandosi da semplice snodo energetico a un collo di bottiglia militare in grado di trascinare l'intero Golfo in una nuova e pericolosa spirale di crisi.

Nelle ultime ore, il fragile cessate il fuoco regionale è saltato in aria, innescando una reazione a catena che rischia di incendiare il Medio Oriente.

Nella notte, l'escalation si è allargata oltre le acque dello stretto: il Bahrein e il Kuwait hanno subito attacchi condotti con droni e missili, rivendicati dai Pasdaran iraniani e diretti contro installazioni legate alla presenza militare degli Stati Uniti. La reazione di Manama è stata immediata e ha segnato un deciso cambio di passo diplomatico. Il Bahrein ha denunciato una "ripetuta aggressione iraniana", chiedendo a gran voce un'azione internazionale e sollecitando una sessione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.

Con questa mossa, il regno intende cercare una copertura multilaterale e denunciare quella che definisce una strategia sistematica e deliberata contro la propria sovranità, tentando allo stesso tempo di rassicurare un'opinione pubblica interna allarmata.

A innescare l'ultima fiammata è stata la dura risposta delle forze armate statunitensi, che hanno colpito una decina obiettivi militari iraniani nell'area di Hormuz, distruggendo sistemi di sorveglianza, depositi di droni e postazioni di difesa aerea in risposta a un attacco di Teheran contro una petroliera. L'obiettivo di Washington è chiarissimo: impedire all'Iran di mantenere un controllo coercitivo sul traffico navale.