Quando si racconta la storia dello sviluppo economico, il protagonista è spesso l’imprenditore. È lui che innova, rischia, investe e trasforma i mercati. Questa immagine affonda le proprie radici nella cultura economica anglosassone che, a partire dal Settecento, ha valorizzato la libertà individuale e il mercato come luogo della competizione. Più tardi Joseph Schumpeter avrebbe rafforzato questa visione, descrivendo l’imprenditore come il protagonista della “distruzione creatrice”: colui che rompe gli equilibri esistenti e introduce innovazioni capaci di generare nuove opportunità di crescita.

È una lettura che ha avuto un enorme valore storico. Ha contribuito ad affermare la libertà d’impresa, a favorire l’ascesa della borghesia e a superare i vincoli dell’ordine feudale. Tuttavia, questa interpretazione racconta soltanto una parte della storia.

Lo sviluppo economico, infatti, non nasce mai esclusivamente dall’iniziativa del singolo. Nessuna innovazione si diffonde, nessun mercato cresce e nessuna economia diventa competitiva senza relazioni di fiducia, conoscenze condivise e istituzioni capaci di favorire la cooperazione. Come osservava l’economista Nicholas Kaldor, il mercato composto da individui completamente isolati rappresenta soprattutto una impalcatura teorica, utile per costruire l’analisi, che poi però occorre rimuovere, altrimenti il rischio è di confondere il modello con la realtà, dimenticando che ogni sistema economico funziona grazie a una fitta rete di relazioni sociali (oltre che istituzionali, come ormai ampiamente dimostrato).