L’economia ci ha tolto tanto, nella storia, ma Clara Mattei ci ricorda che tutto può ancora cambiare. Perché le sue leggi, presentate come esatte, imparziali e immutabili, hanno dato forma a una società che produce ricchezza e innovazione, ma anche squilibri sempre più evidenti. Siamo però ancora in tempo per trasformarla in uno strumento per il bene comune. E, se a dirlo è una delle economiste più autorevoli del dibattito contemporaneo, possiamo fidarci. Clara Mattei oggi insegna presso l’Università di Tulsa in Oklahoma, dopo diversi anni a New York. Il suo primo libro, The Capital Order, tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Operazione austerità, è stato selezionato nel 2022 dal Financial Times come una delle dieci pubblicazioni a tema economico più importanti.Wired ha intervistato Clara Mattei in occasione del numero del magazine L’Italia che verrà, che racconta alcuni dei leader del futuro.Clara Mattei

Professoressa Mattei, lei ha studiato tra l’Italia e il Regno Unito per poi trasferirsi negli Stati Uniti, prima come fellow a Princeton e poi come docente. Che cosa l’ha spinta a trasferirsi all’estero?Ho studiato Filosofia al Collegio Ghislieri dell’Università di Pavia, con un periodo a Cambridge. Poi ho conseguito il dottorato in economia alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, in co-tutela con Strasburgo. In realtà avevo già trascorso qualche anno negli Stati Uniti da bambina, ma il fatto di tornarci non era voluto. La cosa paradossale è che è stato più facile intraprendere una carriera accademica negli Stati Uniti che provare a stare in Italia anche solo come insegnante di liceo, un lavoro che mi sarebbe piaciuto. È stata una questione di opportunità che si sono presentate: la mia ricerca era molto interdisciplinare e nel nostro paese non riscontrava grande interesse. Mi sarebbe piaciuto restare in Italia, ma è andata così.Che cosa è cambiato con la pubblicazione di The Capital Order?È il risultato — poi ampiamente rivisto — della mia tesi di dottorato, che dava un po’ fastidio sia agli storici dell’economia sia a chi faceva economia più matematica. A livello professionale, mi ha permesso di ottenere la tenure negli Stati Uniti, cioè di avere un posto stabile in accademia. È stato tradotto in dodici lingue e mi ha lanciata nel mondo degli interventi pubblici. Ha avuto un’accoglienza ampia anche al di fuori del mondo accademico; cosa rara per un libro pubblicato con una casa editrice universitaria. Ho partecipato anche al Daily Show di Jon Stewart, perché lui ha trovato per caso il libro nell’aeroporto di Newark.La tesi che espone è che l’austerità «è un baluardo vitale per la difesa del sistema capitalistico», che gli economisti hanno contribuito a mantenere in vita. Colpisce molto il fatto che un’economista metta in discussione i propri colleghi.Dato che provenivo da studi filosofici e storici, mi aveva sempre colpito quanto gli economisti si presentassero come custodi di un sapere neutro, oggettivo, scientifico. Ho scoperto che questa postura è politica: serve a giustificare disuguaglianze e ingiustizie che sono parte integrante del capitalismo. Si presentano idee di parte come se fossero scientifiche, come se descrivessero una realtà giusta. Storicamente gli economisti hanno giocato un ruolo importantissimo, per esempio dopo la Prima guerra mondiale, nel sostenere regimi fascisti che sopprimevano la democratizzazione dell’economia. Nel momento in cui le persone volevano cambiare, gli economisti hanno risposto: “Voi non capite, affidatevi a noi. Dovete accettare di fare sacrifici per un sistema che è il più giusto e l’unico possibile”.Che cosa ci hanno tolto queste politiche, a partire dall’austerità? Mettiamoci nei panni di chi vede l’economia come una disciplina astratta e complicata: perché dovrebbe interessarsene?Il perché ci dovrebbe interessare ho cercato di spiegarlo in un altro libro, Fuga dal capitalismo. Cerco di spiegare quanto le decisioni e le idee economiche plasmano la vita di tutti, anche dei più privilegiati, perché la logica del profitto che governa i nostri rapporti è profondamente irrazionale rispetto ai bisogni umani. Il fatto che 12 persone possiedano più ricchezza di metà della popolazione mondiale, e che oltre 2 miliardi di persone siano in uno stato di insicurezza alimentare, non è un malfunzionamento del sistema: è il prodotto fondamentale di come il sistema funziona e dovrebbe funzionare. Credo che tutti dovrebbero rendersi conto che le loro vite sono plasmate da leggi impersonali che abbiamo creato noi, ma che producono depressione, guerra, precarietà, difficoltà ad arrivare a fine mese, bollette alte. Tutto ciò che ci stressa nella vita è collegato a processi economici che non possono essere lasciati alla discrezione di pochi, perché questi non fanno l’interesse della maggioranza.Ma non è troppo tardi per mettere in discussione il nostro sistema socio-economico?La maggioranza delle persone la pensa così, ma se accettiamo questo sistema accettiamo anche la distruzione che porta con sé. Pensiamo per esempio alla guerra in Medio Oriente, che contribuisce anche all’accelerazione della crisi climatica. Credo che sia il momento di essere più coraggiosi. Esistono alternative: non si studiano, non si vedono, ma ci sono.A proporle è il Forum for Real Economic Emancipation (Free), di cui lei è presidente e fondatrice. Una rete internazionale che collega ricerca, divulgazione e iniziative locali per rendere l’economia più comprensibile e partecipata. Come funziona?Le alternative si creano tramite la prassi, non tramite idee astratte. Quello che cerco di fare, anche attraverso il Forum, è mostrare nella pratica come, tramite assemblee cittadine e spazi di economia sociale, si possano basare i rapporti economici su principi differenti. È difficile, è faticoso. Ma, se non ci proviamo, abbiamo ceduto il concetto di umanità.Può citare alcune di queste alternative?Io vivo a Tulsa, in Oklahoma, dove il livello di precarietà e marginalità è altissimo. Lì abbiamo creato un’assemblea di cui fanno parte anche persone in grande difficoltà; alcune non hanno nemmeno una casa. Siamo un’ottantina. Ci incontriamo ogni due settimane e creiamo spazi di dibattito pubblico critico sull’economia che stanno attirando anche i media locali. Abbiamo avviato una campagna sul bilancio partecipato, coinvolgendo anche il sindaco: è una pratica che permette ai cittadini di decidere insieme come usare le risorse provenienti dalle loro tasse. Nell’assemblea abbiamo diversi “cerchi”. Uno di essi si occupa della coltivazione diretta di terreni per cercare di ristabilire una sovranità alimentare; un tema molto reale in Oklahoma, dove un bambino su quattro soffre la fame. Questi esperimenti servono anche a far capire che l’economia sono le persone: se si esce dal ruolo di consumatore passivo e si costruiscono rapporti diversi, si possono immaginare e costruire le alternative.Anche in Italia ne abbiamo bisogno?Certo, in Italia c’è tantissimo da fare perché è un laboratorio di processi di estrazione. Per esempio, molte terre che erano state ridate all’agricoltura sono state vendute a grandi asset manager internazionali – un vero e proprio land grabbing – e questo spesso avviene anche con il pretesto delle energie rinnovabili, con impianti che finiscono per concentrare la proprietà e devastare territori. Sta scomparendo la sovranità alimentare locale, perché i contadini sono schiacciati dai debiti e dai cambiamenti climatici. Poi ci sono i temi dell’istruzione pubblica, della mancanza di investimenti nel sociale. Conosco la realtà dell’ex Gkn (la fabbrica di componenti automobilistiche ora chiusa di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, ndr) dove si è tentato di costruire una fabbrica partecipata e orientata a una produzione sostenibile. Sui beni comuni c’è stata una mobilitazione importante, con il referendum sull’acqua. Ci sono tante battaglie, ma sono frammentate. Le persone vogliono meno precarietà e più risorse per la sanità e per la scuola, ma queste istanze si muovono solo se c’è pressione organizzata dal basso. Il problema è proprio l’organizzazione. Lo vedo anche a Tulsa: strutturare un’assemblea, definire ruoli e processi, mantenere continuità è molto complicato. Un insieme di persone non basta a essere un’istituzione: il punto è riuscire ad ancorare queste istanze a istituzioni che possano durare nel tempo.Intervista pubblicata nel numero 117 del magazine di Wired Italia dal titolo L'Italia che verrà, l'ultimo numero dedicato ai leader italiani del futuro