L’economia, secondo la definizione che Lionel Robbins consegnò alla disciplina nel 1932, studia il rapporto tra fini e mezzi scarsi suscettibili di usi alternativi. Dei fini non si occupa: li riceve dall’esterno, già confezionati dalla politica, dalla morale o dall’abitudine. È una definizione che ha avuto fortuna anche perché conveniva. Liberava la scienza dalla scelta, e la scelta dalla scienza.
Per quasi un secolo abbiamo lavorato dentro quella cornice. Calcolavamo l’efficienza, supponevamo i mercati, lasciavamo gli obiettivi a chi di dovere. Era la divisione del lavoro intellettuale che trovò in Milton Friedman una delle sue formulazioni più rigorose e negli anni di Reagan e Thatcher la propria traduzione politica. Funzionava finché qualcuno fingeva di credere che dei fini si occupasse qualcun altro.
Nel marzo 2026, secondo la classifica Forbes, Elon Musk valeva 839 miliardi di dollari: il primo individuo a superare quota ottocento miliardi nella storia, già proiettato verso il trilione. Nella stessa fotografia altri diciannove patrimoni superavano i cento miliardi, per un valore complessivo intorno ai 3,8 trilioni; un club che dieci anni fa non esisteva. È un dato da leggere come avvertenza sulla geometria interna del modello, non come scandalo morale. La concentrazione non è un sottoprodotto dell’innovazione tecnologica: ne costituisce la forma compiuta. Chi controlla la piattaforma controlla i dati, attrae il talento, accede al capitale a costo zero, fissa lo standard di settore. Il ciclo si chiude e si riapre più stretto a ogni giro.









