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Bisogna saper perdere. Così cantavano, al festival di Sanremo del 67, i Rokes e Lucio Dalla; nell'ultima notte mondiale quelle parole ritrovano un significato. Marcelo Bielsa è un allenatore argentino che affascina con il suo dire e con gli insegnamenti di football, esiste una fetta di commentatori che andrebbero al fronte per difendere le idee de El Loco, soprannome che spiega molte altre cose. Al rosarino Bielsa, vincitore di tre campionati argentini e di un oro olimpico, è stato dedicato lo stadio dei Newell's Old Boys, Guardiola lo ha definito il migliore allenatore del mondo, el Pep regala caramelle e cioccolatini a chiunque, i bielsisti hanno sognato la garra charrua dell'Uruguay in questo mondiale però maligno per la celeste. El Loco non ha saputo perdere, è andato fuori giri, dopo l'ultima sconfitta contro la Spagna e l'eliminazione del torneo, ha urlato in diretta televisiva perché non gli davano la linea "e allora vi muovete o no?", poi ha risposto in modo scorbutico, tenendo la testa bassa, come usa fare anche in sede di fotografia di gruppo. Bielsa ha comunque fatto scuola, in Italia conta illustri adepti, quando ascolti, su Rai 1, Lele Adani, profondo conoscitore del fùtbol, avverti che il messaggio bielsista è stato recapitato sulla linea dell'utente desiderato, quando passi a Pierluigi Pardo, su Dazn, capisci come l'enfasi affabulatoria superi la polpa del gioco, i dervisci roteanti delle telecronache tentano di ripetere certe narrazioni sudamericane, l'urlo ubriaco che accompagna il gol si allunga come un'eco in valle, i vamos e i madre mia vanno via come il pane.












