Uno due. Un sogno, per quasi un tempo di gioco. Quel primo gol, meglio autogol, e poi il capolavoro di Wilson Isidor. Usciamo dal mondiale a testa alta, noi haitiani, onore salvo. E ora? Il bello, o il brutto, da anni, troppi, con l’Italia fuori, è guardarsi intorno e scegliere il prossimo undici da sostenere. E eccoli, i rossi, che ieri erano bianchi e sono caduti sotto un altro uno, due, questa volta dalla Svizzera, ma si sono comunque qualificati. Go Canada, allez les rouges!

Si faceva fatica quasi a capire che quei calciatori di colore, nove su undici, erano canadesi. Sarà stato contento Charles Taylor, a seguire nella sua casa di Montreal quella quintessenza di multiculturalismo fatto attuale. Il Canada, paese ospitante i mondiali, ha trasformato l’ideale in una realtà sociale prima, negli anni Settanta, normativa poi. Con quel Canadian Multiculturalism Act che il parlamento di Ottawa adottò nel 1988 per sancire e implementare il multiculturalismo come politica generale dello Stato e dare pari dignità e valore a tutti i cittadini canadesi “senza distinzione di origini razziali o etniche, lingua e religione”. E nessuno più di noi italiani li può capire. Perché da quasi ottant’anni abbiamo riconosciuta pari dignità sociale, tutti eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Sic articolo 3 della nostra Carta costituzionale.