Milano, 27 giu. (askanews) – Un vino bianco non è longevo solo perché dura negli anni. Per Luigi Moio la questione è più precisa: conta la capacità di attraversare il tempo conservando identità, integrità sensoriale e riconoscibilità. È da questo punto che si è sviluppata a Gavi, a Tenuta La Giustiniana, la lectio magistralis “La scienza del tempo nei vini bianchi”, seguita da un pubblico di produttori e tecnici.

Vicepresidente dell’Oiv e professore ordinario di Enologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II, Moio ha impostato il suo intervento come una riflessione tecnica sul destino evolutivo dei bianchi, invitando a superare formule generiche e parole usate con eccessiva disinvoltura. “Il vino, in questo momento, ha bisogno di riflessioni tecniche rigorose”, ha spiegato, soffermandosi proprio sull’uso improprio del termine “longevità”. Nella sua lettura, un vino è davvero longevo quando riesce a mantenere coerenza sensoriale e continuità espressiva.

Il tema riguarda in modo particolare i bianchi, oggi sempre più esposti agli effetti del cambiamento climatico, all’aumento dei processi ossidativi e alla difficoltà crescente di preservare freschezza, tensione e precisione aromatica. Moio ha definito il vino un “equilibrio instabile”, una materia complessa che va compresa e accompagnata. Per leggere l’evoluzione di un bianco, ha osservato, bisogna sapere come si muovono e con quali cinetiche cambiano polifenoli, aromi, precursori, ossigeno, acidità e struttura.