Può diventare molto difficile per chiunque indicare la differenza tra fatti che sono veri e “fatti” che non lo sono». Oggi questa affermazione appare quasi scontata, ma era sconvolgente quando fu messa nero su bianco da Katharine Viner sul Guardian solo dieci anni fa. Era, non a caso, il 2016, l’anno della Brexit e della prima elezione alla Casa Bianca di Donald Trump. Alla fine di quell’anno gli Oxford Dictionaries segnalarono la nuova parola “post-verità” (post-truth) come vocabolo dell’anno. È la definizione che accompagnava quella scelta a illuminarci su un fenomeno che esplodeva allora e che oggi è malapianta diffusa della nostra vita associativa, dai social alla politica al giornalismo: «Relativo a circostanze nelle quali fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare l’opinione pubblica che gli appelli all’emotività e le convinzioni personali». Attenzione: sarebbe clamorosamente sbagliato attribuire le scelte elettorali di quell’anno alle fake news e all’inquinamento massiccio di Twitter e Facebook, allora i social network dominanti. La prova l’abbiamo dieci anni dopo, con Trump tornato alla guida degli Stati Uniti e Nigel Farage, nel 2016 capofila dei pro-Brexit, risalito addirittura fino a potenziale favorito alle elezioni in Gran Bretagna contro conservatori e laburisti. Le bufale possono depistare parti consistenti dell’opinione pubblica nel breve periodo, non certo per due lustri. Ma c’è un altro aspetto di quel lontano articolo del Guardian, il “paziente zero” dell’epidemia mondiale della disinformazione, che indica il vettore principale del fenomeno. Lo rivela già il titolo: «Come la tecnologia ha sconvolto la verità». Sicuro, perché per molti aspetti tutto quel che abbiamo davanti agli occhi non sarebbe stato possibile prima dell’era del web a portata di tutti. Non è solo un discorso di penetrazione, di illusione di spinta dal basso (la verità della gente contro quella imposta dall’alto). Al centro di tutto c’è la progressiva rottamazione dell’idea novecentesca di informazione, dal punto di vista della reputazione ma anche e soprattutto della sua sostenibilità economica. «I social media hanno inghiottito le notizie, minacciando i finanziamenti al giornalismo d’inchiesta e inaugurando un’era in cui ognuno ha i suoi propri fatti. Ma le conseguenze vanno ben oltre il giornalismo».Proprio così. Torniamo a quel fatale 2016, esattamente in mezzo all’arco temporale che sta tra il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dalla Ue e le elezioni che a sorpresa portano Trump a battere Hillary Clinton. Nella notte tra il 23 e il 24 agosto un terremoto sconvolge il centro Italia, tra Lazio, Umbria e Marche. L’allarme e le prime testimonianze passano dai social, insieme alle immagini che documentano la tragedia. Ma presto, quando è ancora mattina, cominciano a girare di post di altro tenore rispetto all’allarme e alla solidarietà. «La magnitudo del sisma è stata abbassata ad arte da 6,2 a 6,0 per permettere allo Stato di non risarcire i cittadini colpiti e danneggiati dalle scosse, per una vergognosa legge del 2012 voluta dal governo Monti». Chi e perché avvelenava i pozzi social di un’Italia che in pieno agosto si informava come poteva – e cioè soprattutto sul web – sul sisma di Amatrice? Quella bufala feroce, facilmente smentita, non è mai scomparsa. Perché al tempo di internet le fake news non sono biodegradabili. Pensate a tutta la letteratura controfattuale riguardo all’attacco di 25 anni fa alle Torri Gemelle, forse l’atto iniziale di questa guerra tra eventi e loro mistificazione. Perché nel mondo fake tutto si crea e nulla si distrugge, a differenza di quel che accade alla storia ufficiale, dove le bufale hanno le gambe corte. Pensate alla terribile manipolazione che portò il segretario di Stato americano Colin Powell a esibire davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e quindi davanti al mondo intero, una boccetta con della polvere che doveva costituire la prova decisiva del fatto che il capo dell’Iraq Saddam Hussein disponeva di armi di distruzione di massa, e che quindi il suo regime andava abbattuto prima che fosse lui ad attaccare. Era tutto falso, come dopo la guerra di invasione, la cattura e l’impiccagione di Saddam fu impossibile non verificare. Le bufale di Stato non possono resistere, quelle messe in circolo dal basso sì. E non solo da quando esiste il web. Da più di cent’anni gli antisemiti di tutto il mondo compulsano e esibiscono i Protocolli dei Savi di Sion, creati dalla polizia segreta zarista. Ma sono assolutamente di oggi, e sono armi di guerra vere e proprie, le costruzioni a uso social di finte immagini che vorrebbero dimostrare, ad esempio, che mentre la popolazione polacca resiste e gli uomini vanno al massacro contro i russi, la moglie di Zelensky gira per negozi e case di moda a Parigi spendendo una fortuna, documentata da false fatture e inesistenti assistenti. In molti continueranno a crederci, a lungo. Perché siamo entrati nell’era del fake inaffondabile perché verosimile, del bluff che resiste allo smascheramento, degli “alternative facts” i fatti alternativi, il vero grande brevetto trumpiano nella comunicazione politica: io dico questo, tu mi provi che non è vero, e io continuo a dire che è vero, come si fa per le opinioni. Ognuno si tiene la sua. Di tutto questo ed altro parla il lavoro di Andrea Pennacchioli che state per leggere, e che costituisce per tutti noi della vecchia guardia novecentesca una sfida a capire e contrastare una deriva intellettuale e tecnologica che l’intelligenza artificiale renderà ancora più profonda e pericolosa. Ma a combatterla e a batterla dovranno essere i più giovani, almeno questo è ormai chiaro.
Dieci anni di post-verità
Nel 2016, con Brexit e la prima vittoria di Donald Trump, si è aperto il dibattito sul ruolo dei media tradizionali al tempo di Internet e delle fake news. La p











