Se si guardano i dati, mai come in questo periodo storico le persone hanno accesso a fonti d’informazione diverse e plurali, moltiplicate da editori che rispecchiano tutti gli schieramenti politici. Eppure, sempre secondo i dati, mai come oggi i cittadini sono delusi e arrabbiati con i giornalisti. Se, come recita il motto del Washington Post, “la democrazia muore nell’oscurità” – motto che oggi con la proprietà di Jeff Bezos suona quasi sarcastico – come si può continuare a far luce sugli angoli oscuri della nostra società se è la democrazia stessa a venire meno? Il podcast antologico della Duke University, che nelle scorse stagioni è sempre stato uno snodo fondamentale nel dibattito pubblico anticipando anche la cronaca con temi come la nascita dell’idea di supremazia bianca e la rivincita del machismo di sistema, stavolta sembra mancare il bersaglio. Gli autori hanno deciso di concentrarsi solo sul mondo del giornalismo tradizionale e sul conflitto tra progressisti e conservatori. E ha ignorato il caos di tutti i canali informali attraverso cui i cittadini oggi si formano e s’informano. Una scelta che rende questa stagione più un elegante e compiaciuto esercizio di stile che un podcast incisivo in grado di scuotere le fondamenta del dibattito pubblico sul ruolo dell’informazione nell’occidente contemporaneo.
Come sta il giornalismo
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