Il rapporto State of the Digital Decade 2026 della Commissione Europea fotografa un’Italia che ha recuperato terreno: fibra FTTP al 77,56% (sopra la media Ue), copertura 5G quasi totale, servizi pubblici digitali tra l’86% e il 96%. Numeri che sembrano certificare un progresso misurabile rispetto al decennio precedente, grazie senz’altro ai miliardi del Pnrr destinati alla Missione 1 (digitalizzazione, innovazione, competitività).
Il governo e molta stampa hanno evidenziato in pompa magna questo miglioramento, ma non possiamo non chiederci se si tratti solo di un recupero infrastrutturale di facciata o se invece si sia effettivamente di fronte a una solida trasformazione digitale del Sistema Paese.
Purtroppo, proprio la lettura attenta di queste percentuali rivela con implacabile chiarezza i limiti di un approccio miope all’innovazione digitale da parte delle ultime politiche governative.
Gli investimenti straordinari del Pnrr sono stati distribuiti “a pioggia”, concentrati prevalentemente su infrastrutture tecnologiche – cloud, connettività, piattaforme – senza un’azione altrettanto decisa sulla riorganizzazione profonda dei processi, sulla formazione diffusa delle competenze e sulla semplificazione burocratica. Il risultato odierno è un’accelerazione visibile nella vetrina dei servizi, ma ancora limitata nell’effettività reale: i tempi delle pratiche restano spesso lunghi (e il passo indietro sulla carta d’identità elettronica certifica questa situazione generale), la frammentazione della Pa persiste e l’impatto sulla produttività quotidiana dei cittadini e delle imprese rimane parziale.










