La discussione sul futuro delle telecomunicazioni italiane rischia spesso di restare intrappolata in una rappresentazione difensiva: costi infrastrutturali elevati, ritorni incerti, concorrenza sui prezzi, necessità di razionalizzare gli investimenti, sostenibilità economica delle reti. Tutti temi reali, naturalmente, ma non sufficienti a raccontare la fase che il settore ha davanti.Nella sessione Telco Dialogue 3, Wholesale e reti aperte: dal co-investimento ai servizi data-driven, all’interno di Telco per l’Italia Summer Edition 2026, moderata da Alessandro Longo (direttore di Agendadigitale.eu), è emersa una lettura più interessante: le telco non sono chiamate soltanto a rendere più efficiente l’infrastruttura esistente, ma a ripensare il proprio ruolo nella nuova economia digitale.Il punto non è più solo portare connettività, ma capire se la rete possa diventare una piattaforma capillare, intelligente, distribuita, capace di abilitare servizi, dati, automazione, AI, IoT e nuovi modelli industriali. In altre parole, se la rete possa tornare a essere una leva di sviluppo del Paese.Indice degli argomenti

Edge data center e telco in Italia: perché il cloud torna vicino ai datiReti telco italiane e capacità elaborativa: il paradosso della latenzaLe telco oltre l’accesso: servizi data-driven sopra la reteEdge data center nel Sud e rete di prossimitàAI, edge data center e modelli verticali vicino al datoI casi d’uso per imprese, sanità e pubblica amministrazioneSovranità digitale e Pil: il valore delle reti telco italianeDomanda, incentivi e adozione per l’edge telco in ItaliaReti aperte e co-investimento per scalare i servizi telcoLa nuova missione delle telco italiane nell’economia delle retiEdge data center e telco in Italia: perché il cloud torna vicino ai datiUno dei passaggi più interessanti è arrivato dall’intervento di Fabio Barà Cappuccio di Salesforce, che ha ricostruito una traiettoria utile per comprendere dove siamo. A partire da quella ricostruzione, vale la pena ripercorrere la dinamica. Salesforce nasce nel 1999 e rappresenta, per molti versi, una delle prime grandi incarnazioni del software in cloud. Prima ancora che il termine cloud diventasse mainstream e prima dell’affermazione piena degli hyperscaler, Salesforce aveva già contribuito a spostare il software fuori dai data center aziendali tradizionali, verso un modello di servizio accessibile via rete.Poi sono arrivati gli hyperscaler. Il cloud si è concentrato in grandi piattaforme globali, con economie di scala imponenti, potenza elaborativa crescente, capacità di investimento difficilmente replicabili. Anche gli stessi attori nati come pionieri del cloud applicativo hanno dovuto fare i conti con questa nuova architettura del mercato, diversificando le infrastrutture e appoggiandosi a player come AWS e altri grandi provider.Oggi, però, la traiettoria sembra aprire una nuova fase. Dopo la centralizzazione del cloud, si afferma l’esigenza di riportare capacità elaborativa più vicino al dato, al cliente, ai processi produttivi, agli oggetti connessi, alle reti locali. Qui entrano in gioco sovranità del dato, edge computing, edge data center, cloud distribuito e modelli applicativi capaci di funzionare in prossimità.Non si tratta solo di proteggere il dato o di rispondere a vincoli regolatori. Si tratta di ridurre la distanza tra dove il dato nasce e dove viene elaborato. Questa distanza, nelle applicazioni tradizionali, poteva essere tollerata. Nelle applicazioni industriali, nei servizi critici, nell’IoT, nell’AI in tempo reale, nei digital twin, nella manutenzione predittiva, nella sanità, nella mobilità, nell’energia o nella manifattura avanzata, può diventare invece un limite strutturale.Reti telco italiane e capacità elaborativa: il paradosso della latenzaL’intervento di Davide Di Labio di KPMG ha aiutato a leggere il tema con una prospettiva industriale. Una delle evidenze più interessanti riguarda il rapporto tra performance di rete, latenza e localizzazione dei data center.Si può avere una rete che, in alcune aree, mostra performance significative, ma continuare a soffrire un problema di latenza se la capacità elaborativa resta concentrata altrove. È un punto particolarmente rilevante per il Mezzogiorno. Il Sud può beneficiare di infrastrutture di accesso migliori rispetto al passato, ma se i data center e i principali nodi di elaborazione restano prevalentemente localizzati al Nord, una parte del valore potenziale viene comunque dispersa.Questo passaggio è decisivo perché sposta l’attenzione dalla sola copertura alla geografia dell’elaborazione. Per anni abbiamo misurato la qualità digitale del Paese soprattutto in termini di connettività: banda larga, fibra, copertura, velocità nominale, capacità. Tutti indicatori fondamentali. Ma nella nuova fase non basta chiedersi se il dato possa viaggiare velocemente. Bisogna chiedersi anche dove viene elaborato, da chi, con quali garanzie, con quali costi, con quale impatto sui processi delle imprese e con quale ritorno per il territorio.La latenza non è solo un problema tecnico, è un indicatore economico. Dove c’è bassa latenza, può nascere un ecosistema di servizi avanzati. Dove l’elaborazione è prossima, possono svilupparsi applicazioni industriali che richiedono reazione in tempo reale. Dove il dato resta vicino all’impresa, possono crescere modelli verticali più sicuri, più controllabili, più aderenti ai contesti produttivi.Le telco oltre l’accesso: servizi data-driven sopra la reteIl tema è stato ripreso anche da Massimiliano De Carolis di Sirti Digital Solutions. La sfida per le telco non è più soltanto vendere accesso. La vera questione è generare servizi oltre l’accesso, soprattutto servizi cross-industry.Qui si apre un nodo storico. Le reti di telecomunicazione sono state per lungo tempo l’infrastruttura abilitante dell’economia digitale, ma una parte rilevante del valore generato si è spostata verso altri soggetti: piattaforme, hyperscaler, operatori software, grandi ecosistemi digitali globali. Le telco hanno sostenuto investimenti infrastrutturali enormi, ma spesso non sono riuscite a catturare in modo proporzionale il valore prodotto dai servizi che viaggiano sulle loro reti.L’edge può cambiare questa dinamica, ma solo se viene interpretato non come un’estensione tecnica della rete, bensì come una nuova architettura di business.L’opportunità sta nella costruzione di servizi verticali: soluzioni per industria, logistica, sanità, energia, pubblica amministrazione, retail, agrifood, mobilità, sicurezza, smart city. Servizi che combinano connettività, dati, automazione, capacità elaborativa locale, orchestrazione commerciale, interoperabilità e integrazione con i sistemi aziendali.In questo senso, l’integrazione diventa una competenza strategica. La telco non può limitarsi a essere proprietaria o gestore dell’asset fisico. Deve diventare parte di un ecosistema capace di progettare, integrare, mantenere e far evolvere soluzioni complesse. La rete resta la base, ma il valore si crea sopra e intorno alla rete.Edge data center nel Sud e rete di prossimitàGli interventi di Open Fiber e FiberCop hanno portato la discussione sul terreno infrastrutturale. Da un lato, la fibra continua a essere la base materiale della trasformazione, dall’altro, la rete deve evolvere per supportare una domanda molto diversa da quella del passato.Open Fiber ha richiamato il tema della copertura e dell’evoluzione della rete, indicando una soglia di copertura ormai rilevante ma non ancora sufficiente a esaurire la sfida. La direzione più interessante è quella degli edge data center in prossimità, anche in aree come Pescara e Bari, per anticipare la domanda di mercato e costruire capacità elaborativa distribuita.Questa scelta ha un significato che va oltre la dimensione tecnica. Portare edge data center nel Sud significa provare a ridurre la distanza tra infrastruttura digitale e tessuto produttivo locale. Significa costruire le condizioni per servizi a bassa latenza, per applicazioni verticali, per modelli AI capaci di funzionare vicino al dato, per soluzioni che non dipendano sempre e soltanto dai grandi cloud centralizzati.FiberCop ha richiamato una prospettiva analoga: la trasformazione della rete in piattaforma più intelligente, interoperabile, vicina ai bisogni del mercato. La capillarità delle infrastrutture telco può diventare una leva per abilitare nuovi servizi, a condizione che venga accompagnata da modelli di business adeguati e da una capacità di dialogare con i settori industriali.Il passaggio culturale è profondo. La centrale, il nodo di rete, l’infrastruttura fisica non sono più soltanto elementi tecnici. Possono diventare punti di presenza digitale, luoghi distribuiti di elaborazione, automazione e servizio.AI, edge data center e modelli verticali vicino al datoIl tema dell’AI rende questa evoluzione ancora più evidente. L’intelligenza artificiale generativa, nella sua prima grande stagione pubblica, è stata percepita soprattutto come servizio accessibile da grandi piattaforme centralizzate. L’utente invia una richiesta, il modello elabora, la piattaforma restituisce una risposta.Ma l’evoluzione dei modelli, la crescita dei costi computazionali, le esigenze di privacy, la sensibilità dei dati aziendali e la necessità di integrare l’AI nei processi reali stanno spingendo verso architetture più articolate. Non tutti i carichi devono andare verso il cloud centrale e non tutti i dati devono uscire dall’azienda e non tutte le applicazioni hanno bisogno del modello più grande e generalista.Una delle opportunità più promettenti è l’utilizzo di modelli verticali, più piccoli, distillati, specializzati, capaci di fare inferenza direttamente in azienda o in prossimità dell’azienda. In questo scenario, l’edge data center diventa un’infrastruttura abilitante, non solo per conservare dati, ma per eseguire applicazioni, modelli, automazioni e servizi intelligenti vicino al contesto in cui vengono utilizzati.I casi d’uso per imprese, sanità e pubblica amministrazioneSi tratta di una prospettiva che può avere effetti rilevanti sulla produttività. Un’impresa manifatturiera potrebbe usare modelli locali per analizzare dati di produzione, manutenzione, qualità, consumi energetici. Un operatore sanitario potrebbe abilitare servizi di supporto decisionale senza spostare dati sensibili fuori dal perimetro controllato. Una pubblica amministrazione locale potrebbe usare modelli verticali su dati territoriali, documentali e operativi, mantenendo maggiore controllo su sicurezza, auditabilità e conformità.In tutti questi casi, la rete non è più soltanto il tubo attraverso cui passano i dati. Diventa l’ambiente distribuito in cui i dati vengono governati, elaborati e trasformati in valore.Sovranità digitale e Pil: il valore delle reti telco italianeLa sovranità del dato resta un tema centrale. In Europa, e in Italia in particolare, non si può ignorare la dipendenza da infrastrutture, piattaforme e mercati tecnologici dominati da operatori extraeuropei, soprattutto americani. Gli hyperscaler hanno dimensioni, capitali e capacità di innovazione difficilmente confrontabili con quelle degli operatori nazionali.Ma limitarsi a leggere l’edge come risposta difensiva alla dipendenza tecnologica sarebbe riduttivo. La vera questione è più ampia, dove si genera il valore della nuova economia digitale?Se dati, modelli, applicazioni e capacità elaborativa restano concentrati altrove, anche una parte della ricchezza prodotta si sposta altrove. L’edge, in questa prospettiva, non è solo tecnologia, è politica industriale. Un modo per trattenere competenze, sviluppare filiere, creare domanda qualificata, far nascere servizi per le imprese, valorizzare gli asset infrastrutturali già presenti.Il tema non è sostituire gli hyperscaler, sarebbe irrealistico e probabilmente inutile. Il tema è costruire un livello distribuito, interoperabile e nazionale di capacità digitale, capace di dialogare con il cloud globale ma non di dipendere integralmente da esso.Domanda, incentivi e adozione per l’edge telco in ItaliaNaturalmente, questa trasformazione non avverrà automaticamente. Uno dei punti più rilevanti emersi nel confronto riguarda la creazione della domanda.Le imprese, soprattutto le PMI, non acquistano edge computing perché affascinate dall’architettura tecnologica. Lo fanno se vedono un problema concreto da risolvere: ridurre fermi macchina, aumentare qualità, diminuire scarti, migliorare logistica, proteggere dati, automatizzare attività, integrare sensori e processi, prendere decisioni più rapide.Serve quindi un lavoro di educazione del mercato. Le telco, insieme a system integrator, provider tecnologici, associazioni di impresa e istituzioni, devono tradurre l’edge in casi d’uso comprensibili, misurabili, economicamente sostenibili. Non basta dire che la rete è pronta. Bisogna dimostrare quali servizi possono nascere, con quali benefici, quali costi, quali tempi di ritorno, quali garanzie.In questo quadro, anche la leva fiscale può avere un ruolo importante. Se si vuole che le imprese adottino infrastrutture e servizi digitali avanzati, bisogna costruire strumenti che rendano sostenibile l’investimento iniziale. L’esperienza del Piano Transizione 5.0, pur con i limiti applicativi emersi nel primo anno, indica la direzione, crediti d’imposta legati all’adozione di tecnologie edge e AI, sostegno a progetti pilota territoriali, voucher per servizi data-driven, programmi di formazione e accompagnamento potrebbero accelerare la transizione. Anche le risorse residue del PNRR destinate alla digitalizzazione delle imprese e della pubblica amministrazione potrebbero essere orientate in questa direzione.L’errore sarebbe finanziare solo l’infrastruttura senza finanziare l’uso. La produttività non nasce dalla presenza del nodo edge, ma dai processi che quel nodo abilita.Reti aperte e co-investimento per scalare i servizi telcoLa prospettiva delle reti aperte e del co-investimento va letta dentro questo scenario. Le infrastrutture digitali richiedono capitali, tempi lunghi, ritorni non sempre immediati. La duplicazione degli investimenti, soprattutto in aree a minore densità economica, rischia di essere inefficiente. Network sharing, neutral host e modelli wholesale possono contribuire a rendere più razionale l’allocazione del capitale.Ma la rete aperta non deve essere considerata soltanto uno strumento di efficientamento. Può diventare anche una condizione per lo sviluppo di servizi. Se più operatori, integratori e player tecnologici possono costruire sopra infrastrutture condivise, allora aumenta la possibilità di generare ecosistemi locali e verticali.La sfida è evitare che il wholesale resti confinato alla logica dell’accesso. Il passaggio successivo è il wholesale dei servizi, delle capacità, delle piattaforme, delle funzioni di rete, dei dati governati, delle soluzioni applicative. Una rete aperta realmente evoluta dovrebbe consentire non solo di connettere clienti, ma di orchestrare servizi complessi.La nuova missione delle telco italiane nell’economia delle retiLe telco italiane hanno davanti una possibilità, uscire dalla narrativa della commoditizzazione e tornare a proporsi come infrastrutture strategiche dello sviluppo nazionale. Per farlo devono però accettare una trasformazione profonda. Non basta possedere reti. Bisogna renderle programmabili, intelligenti, interoperabili, sostenibili, aperte ai servizi. Non basta parlare di dati. Bisogna costruire ambienti in cui i dati possano essere usati in modo sicuro, vicino ai processi e con ritorni misurabili. Non basta evocare l’AI, bisogna portarla nei luoghi in cui può generare produttività: fabbriche, ospedali, porti, reti energetiche, pubbliche amministrazioni, filiere logistiche, distretti industriali.La nuova economia delle reti, allora, non riguarda soltanto l’equilibrio economico degli operatori. Riguarda la possibilità di costruire una infrastruttura digitale distribuita che aiuti il Paese a competere. L’Italia ha spesso vissuto l’innovazione digitale come qualcosa che arriva da fuori, piattaforme estere, cloud esteri, modelli esteri, marketplace esteri. L’edge computing, se accompagnato da investimenti, competenze, domanda e politiche adeguate, può offrire una via diversa, non l’autarchia tecnologica, ma una maggiore capacità di produrre valore localmente dentro le reti globali.