Quali strategie bisogna attuare per trasformare le infrastrutture di rete in ecosistemi in grado di supportare l’innovazione digitale italiana e aiutare le imprese ad affrontare la sfida dell’AI? Una risposta univoca non esiste, ma una cosa è certa: ipotizzare una roadmap di sviluppo che metta a sistema le risorse esistenti e le nuove esigenze del mercato significa far convergere le istanze dei player che costituiscono l’intero stack tecnologico su cui si regge questa nuova filiera e allinearle ai trend che possono favorire la crescita di imprese e territori.È ciò che hanno provato a fare ieri i relatori della tavola rotonda “Wholesale e reti aperte: dal co-investimento ai servizi data-driven”, nella cornice della summer edition di Telco per l’Italia 2026.Indice degli argomenti

De Carolis, Sirti Digital Solutions: “Ampliare lo sguardo oltre il mondo delle Tlc”Barà Cappuccio, Salesforce: “Verso un nuovo paradigma, dal cloud all’edge”Di Labio, Kpmg; “Il margine per innovare c’è, ma le telco devono ripensarsi”Mazzitelli, Open Fiber: “Sì agli edge data center, ma serve maggiore spinta”Veronese, FiberCop: “L’edge? Un’occasione di riscossa per l’Italia e l’Europa”De Carolis, Sirti Digital Solutions: “Ampliare lo sguardo oltre il mondo delle Tlc”Massimiliano De Carolis, ceo di Sirti Digital Solutions, ha innanzitutto sottolineato che il concetto di reti aperte rappresenta il presupposto fondamentale per creare valore, soprattutto nel contesto dei servizi evoluti digitali, che si stanno trasformando in piattaforme. Nel suo intervento, De Carolis ha evidenziato come, nel settore delle telecomunicazioni, si lavori principalmente su un livello di rete, ma che intorno a questo esista un mondo più ampio alla ricerca di chiavi di valore industriale da poter offrire al segmento. “Se una rete non performa adeguatamente sul piano economico, la soluzione è cambiare approccio. Proviamo a fare un calcolo: per il prossimo triennio sono previsti investimenti consistenti in infrastrutture critiche. Parliamo di circa 10 miliardi di euro l’anno per le torri di telecomunicazioni, a cui si aggiungono 30 miliardi che verranno spesi nel settore elettrico, circa 31 miliardi per la sensoristica applicata agli asset industriali e altri 10 miliardi in soluzioni di sicurezza. In totale, si tratta di un volume di investimenti cinque volte superiore rispetto a quello attuale, che rimane fortemente centrato sulle sole telecomunicazioni. Ed è, a mio parere, proprio l’intersezione tra questi settori a rappresentare una grande opportunità di creazione di valore”.De Carolis ha ricordato che secondo McKinsey i fondi d’investimento infrastrutturali, inizialmente organizzati secondo logiche di settore, stanno ora indirizzando circa il 75% degli investimenti verso use case e applicazioni cross-industry. “Quindi le telco devono evolversi da semplici gestori di accesso a operatori abilitanti di capacità, offrendo i servizi avanzati (come sicurezza, capacità predittive ed efficientamento energetico) sempre più richiesti da altri attori del mercato”.Questa logica può e deve valere anche in un mercato dominato dall’AI. “La tecnologia sta cambiando dinamiche consolidate da anni”, ha detto De Carolis. “In futuro, chi opera sui cosiddetti asset pesanti potrà monetizzare maggiormente, poiché il valore si sposta sulle infrastrutture di grande capacità. Ma ci saranno anche nuove sfide: chi riuscirà a integrare l’AI nelle infrastrutture per renderle più sicure in modo automatizzato avrà accesso ai clienti evoluti, che richiedono garanzie di rete a prescindere dagli strumenti utilizzati, puntando sull’output finale e sul livello di servizio”.Barà Cappuccio, Salesforce: “Verso un nuovo paradigma, dal cloud all’edge”Ne sa qualcosa Fabio Barà Cappuccio, senior account executive di Salesforce, che ha spiegato come la sua azienda, dopo aver introdotto il modello cloud nel 1999 ed essersi poi alleata con gli hyperscaler per concentrarsi sul proprio core business e offrire ai clienti la sicurezza e l’integrazione garantite da infrastrutture robuste e affidabili, ora sta anche esplorando partnership di vendita con clienti nel settore delle telecomunicazioni. “Anche se questa strada si sta rivelando piuttosto complessa”, ammette Barà Cappuccio: “La sfida è riuscire a fornire tecnologia avanzata per sfruttare al meglio le reti e gli edge esistenti supportando inoltre sistemi on-premise e nuovi edge data center presso il cliente finale”.L’edge d’altra parte consente di accedere ai dati a bassa latenza per effettuare analisi utili ad abilitare sistemi di controllo di produzione, oltre che per sfruttare soluzioni di intelligenza artificiale, offrendo nuove opportunità di efficientamento anche alle pmi. “Sebbene la tecnologia si stia evolvendo rapidamente, l’utilizzo dell’AI sull’edge è ancora limitato”, ha precisato Barà Cappuccio, spiegando che oggi Salesforce sta comunque già esplorando la possibilità di sfruttare l’edge per portare soluzioni verticali AI based su specifici distretti produttivi. “Si tratta di un passaggio essenziale per sviluppare la nostra strategia: puntiamo ad aiutare le imprese a governare il dialogo tra agenti, proponendoci come vendor di agenti specializzati, e facilitatore di interazioni multiple tra agenti diversi. Basti pensare che ad aprile Salesforce ha rilasciato nuove funzionalità nel core del suo Crm. La suite Headless 360 permette per esempio di accedere e interrogare il sistema tramite interfacce personalizzate, integrando ChatGPT per interrogare Salesforce, o sviluppare soluzioni customizzate che si appoggino ai dati del core, e che non richiedano modifiche della struttura di base”.Di Labio, Kpmg; “Il margine per innovare c’è, ma le telco devono ripensarsi”Qual è però lo stato reale delle infrastrutture italiane, e su quali aspetti bisogna ancora intervenire per facilitare questa transizione? Davide Di Labio, associate partner di Kpmg, ha condiviso con la platea un’analisi approfondita sulle aree di investimento considerate strategiche in tal senso.“Rispetto al mobile, la Penisola si colloca al 33° posto nella classifica dei 38 Paesi Ocse in termini di velocità di download. Non siamo dunque tra i più veloci. La penetrazione inoltre è bassa, con evidenti fenomeni stagionali e di orario che congestionano i network degradando le performance fino al 56%. Ciò evidenzia che le reti mobili italiane non sono ancora allineate con i competitor europei in termini di qualità”, ha commentato Di Labio.Sul fisso la copertura è buona ma non ancora ai livelli dei leader europei, con latenze tra le peggiori del gruppo di Paesi G7 e un divario netto tra Nord e Sud. “C’è da dire che il Meridione sta recuperando, ma il gap di latenza e il fatto che le infrastrutture critiche siano polarizzate al centro-nord rimane un minus”.Secondo Di Labio è dunque fondamentale continuare a investire: “Non solo portando fibra nelle aree non cablate, ma anche migliorando le infrastrutture esistenti per ridurre latenza e migliorare le performance complessive. La qualità della rete deve essere in linea con le richieste di casi d’uso futuri, a partire da quelli basati sull’AI, sulla smart mobility e sui servizi evoluti”.È superfluo sottolineare che per le telco investire significa riuscire a incrementare le revenue. “In ambito B2C si registra una certa stabilità è buona. C’è spazio per espandersi verso l’offerta di forniture energetiche e altri servizi adiacenti, diversificando il portafoglio, ma questo comporta la capacità di gestire la complessità di un ventaglio di proposte più ampio, migliorando la soddisfazione dei clienti e aumentando gradualmente la quota di mercato, senza complicare troppo le attività di go-to-market”, ha rimarcato Di Labio.“Il segmento B2B è sicuramente quello più interessante, con una crescita doppia rispetto al mondo consumer e ricavi provenienti dalle attività Ict mediamente già superiori al 25% del fatturato”. L’esperto di Kpmg ha spiegato che le telco si stanno affermando come partner di fiducia delle imprese per la trasformazione digitale, ma devono evolvere verso modelli più simili a quelli degli hyperscaler, sviluppando competenze di verticalizzazione, soluzioni integrate e, non ultimo, capacità di attrarre talenti.Mazzitelli, Open Fiber: “Sì agli edge data center, ma serve maggiore spinta”Stefano Mazzitelli, direttore commerciale di Open Fiber, ha invece sottolineato che le dinamiche attuali debbano garantire un adeguato livello di coerenza tra i fattori tecnologici abilitanti e i macrotrend, come il 5G e le smart grid. “È fondamentale partire dal presupposto che la fibra ottica rappresenta il caposaldo imprescindibile di questa evoluzione. In Italia, la qualità della rete sta rapidamente colmando il gap rispetto agli altri Paesi europei: attualmente si raggiunge una copertura del 70%, contro il 77% della media europea: ci stiamo avvicinando a Germania e Regno Unito. Merito anche del raggiungimento del traguardo del piano ‘Italia 1 Giga’, grazie al quale oggi il Paese conta circa 20 milioni di linee Ftth e dovrebbe arrivare a 24 milioni entro il 2035. Questo ha rappresentato uno sforzo importante e massiccio per Open Fiber, che si distingue non solo per la neutralità tecnologica, ma anche per un preciso mandato sul piano economico e finanziario: la nostra crescita è sostenuta dall’espansione della fibra”.Detto questo, per Mazzitelli l’Ftth da solo non basta a fare vera innovazione: nell’ottica di sviluppare ecosistemi digitali si devono ripensare anche le infrastrutture di backbone. “Ecco perché attualmente siamo impegnati a sviluppare progetti di edge data center, con l’obiettivo di costruire 11 strutture entro la fine dell’anno e 18 nel 2024, provando così ad anticipare le esigenze del mercato. La chiave di questa strategia è la prossimità: la dimensione delle strutture, che saranno dislocate anche nel meridione d’Italia, deve essere adeguata alle esigenze di mercato”.L’edge data center rappresenta un driver innovativo per i servizi telco, offrendo vantaggi fondamentali come la riduzione della latenza, il decongestionamento delle reti centrali e una maggiore disponibilità di rete e di spazi. “Tuttavia, il mercato presenta ancora sfide di sostenibilità economica. Manca una presenza significativa di operatori verticali integrati, e nonostante l’interesse verso gli edge data center sia elevato, la domanda effettiva risulta ancora limitata”. Secondo Mazzitelli, infatti, gli hyperscaler, si stanno dimostrando refrattari a questa evoluzione e non la stanno accompagnando, creando un problema di domanda e di adozione. “La maturità delle aziende italiane in questo ambito, del resto, è ancora in fase di sviluppo: mentre in Cina, per esempio, le reti di telecomunicazioni sono ormai considerate una commodity e si parla più di soluzioni che di rete, in Italia questa transizione appare più lenta”.Mazzitelli ha infine precisato che l’impresa italiana si caratterizza per la sue dimensione ridotte. “In questo contesto, strumenti come la leva fiscale potrebbero rappresentare un elemento di grande aiuto per favorire ulteriori investimenti e crescita”.Veronese, FiberCop: “L’edge? Un’occasione di riscossa per l’Italia e l’Europa”Per parlare di innovazione, secondo Fabio Veronese, chief information technology officer di FiberCop, bisogna partire da un concetto spesso ancora sfuggente: la connettività è il naturale complemento del compute. “Il successo del cloud è evidente, ma a vent’anni dall’introduzione di questo modello in Italia, molte realtà ancora non sono completamente migrate. È pur vero che alcuni workload, come quelli relativi al controllo di produzione o alla gestione di dati sensibili (un esempio per tutti: le cartelle cliniche) non sono adatti al cloud per questioni di latenza e di privacy”, ha detto Veronese. “Equipaggiando l’Italia con un’infrastruttura di calcolo distribuito, non solo, invece, si possono risolvere sia i problemi di latenza che quelli legati alla residenza dei dati, ma diventa anche possibile guardare avanti, alle nuove opportunità di innovazione”.In questo senso, l’edge non è una soluzione di retroguardia, ma rappresenta semmai un elemento di avanguardia, specie quando si tratta di mettere al servizio delle pmi e dei distretti produttivi applicazioni AI based in grado di gestire in modo automatico la videosorveglianza, l’efficienza degli impianti e il controllo di produzione. “Modelli di AI più piccoli, autonomi e distribuiti sono possibili solo con un’infrastruttura di calcolo distribuito, ovvero l’edge”, ha confermato Veronese.Ma c’è di più. Per il manager di FiberCop la tecnologia potrebbe diventare anche un’occasione di riscossa per l’Italia e l’Europa. “Senza esagerare, il nostro recente passato può essere visto come una sorta di ‘medioevo digitale’, che ha visto il dominio incontrastato degli hyperscaler statunitensi sul cloud, mentre l’AI è stata ed è appannaggio di colossi americani e cinesi. Oggi”, ha chiosato Veronese, “l’Italia può costruire un’infrastruttura di calcolo distribuita e realmente sovrana, con data center di prossimità, sfruttando anche i programmi di trasformazione digitale che passano dallo switch off del rame verso la fibra. Dopo aver consolidato il cloud e l’AI, l’Italia è ora nelle condizioni di sviluppare un edge capace di generare sviluppo e ritorno economico, creando un ecosistema distribuito e sostenibile”.