Nel carcere di Melfi cristiani e musulmani non possono mangiare insieme. Un mese fa, il 27 maggio, in occasione della festività di al-Adha, i detenuti di fede musulmana del circuito di alta sicurezza numero 2 avevano organizzato un momento conviviale nella saletta della sezione. La direzione aveva dato il suo assenso e tutto sembrava pronto per una classica situazione di socialità dietro le sbarre, come a Natale e a Pasqua. Niente di eccezionale, in teoria: piccoli momenti di vita comuni a tutti gli «ospiti dello stato».
E PERÒ, la mattina del giorno di al-Adha è arrivata una comunicazione: divieto di partecipazione per gli unici due detenuti cristiani della sezione, che pure erano stati invitati e avevano accettato di buon grado di prendere parte alla cosa. Di più, i due non avrebbero potuto nemmeno avvicinarsi alla saletta «fin quando i detenuti musulmani non avessero finito il convivio». Inutili le proteste: la decisione era discesa direttamente dal Dap, quindi dal ministero della Giustizia, e non c’era alcuna possibilità di opporsi. Anzi, alle richieste di spiegazioni è stata opposta la minaccia di vietare la celebrazione di qualsiasi attività da lì in avanti.
A rendere nota la vicenda è Anan Yaeesh, il rifugiato e attivista politico palestinese condannato in primo grado dalla Corte d’assise dell’Aquila a 5 anni e 6 mesi per l’accusa di aver finanziato un gruppo armato a Tulkarem, nella Cisgiordania assediata dalle colonie illegali di Israele.






