“Nel 2025 abbiamo vinto il premio Costanzo e ci siamo esibiti al Teatro Parioli di Roma. Quest’anno abbiamo partecipato quasi con paura di vincere. Su quel palco non avremmo potuto esibirci”. Se per il Marassi rimasto per la prima volta in 24 anni orfano di Via Crucis, le responsabilità non vanno cercate più in là dell’ufficio della direttrice del carcere, Tullia Ardito, da mesi in tutti gli istituti di pena italiani le attività formative e culturali “sono diventate non una risorsa, ma un problema ed è uno straordinario passo indietro”, dice Mauro Sironi. E con cognizione. Direttore artistico di Geniattori, da anni lavora con i detenuti della casa circondariale di Monza, dove il teatro è diventato non solo parte del percorso riabilitativo, ma anche strumento per abbattere i muri, quanto meno ideologici, fra carcere e città.
Cuzzocrea: in carcere a luci spente
di Annalisa Cuzzocrea
19 Marzo 2026
Dal 15 aprile al 18 maggio, la compagnia avrebbe dovuto portare fuori dal carcere il risultato di un anno di prove con un Festival, aperto a tutti. Ma non sarà possibile. Con una circolare, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha imposto un giro di vite che si è tradotto nell’esclusione di tutti i detenuti dell’Alta sicurezza dalle attività in esterna e nello stop alla partecipazione degli studenti in progetti all’interno delle carceri. «A ottobre — racconta Serena Andreani, organizzatrice del Festival di Teatro carcere e comunità di Monza — avevamo già organizzato le repliche per le scuole, avviato contatti con i vari istituti, affittato i pullman per il trasporto in città. Abbiamo dovuto far saltare tutto». E correre ai ripari, attrezzare all’interno del carcere una sala polivalente per permettere ai reclusi di esibirsi quanto meno per familiari e compagni di cella, invitare compagnie di ex detenuti per gli appuntamenti in esterna. Ripensare tutto.








