Dopo gli exploit degli anni 2000 con film come Autunno, Inverno, Matrimoni e altri disastri con i quali aveva raccontato una certa borghesi intellettuale, la regista, scrittrice, attrice, artista napoletana Nina Di Majo si è presa una lunga pausa di «riflessione», che però le è servita per tornare alla grande con Nanni Balestrini Poetry Boy, un’opera con la quale ha avuto modo di esprimere la sua poliedrica vocazione di sperimentatrice.
È partito proprio dalla sua Napoli il tour di lancio del documentario, toccando poi Roma, Milano, Bolzano, Parigi, e più recentemente il 10 giugnonegli spazi degli Archivi Living Theatre di Caggiano alla presenza di Mario Martone e Andrea Renzi.
L’autrice parla del suo doc come di una «partitura visiva», di qualcosa che vorrebbe somigliasse alla musica. In questi anni ha realizzato opere sperimentali e si è misurata con installazioni di musica elettronica e visual, e ora ha affrontato Balestrini, un altro grande sperimentatore del Novecento, poeta, artista visivo, narratore e autore teatrale, uno degli esponenti di punta del Gruppo 63, che tra gli anni ’60 e ’70 s’impose per la capacità di rompere con la tradizione con una sperimentazione linguistica e letteraria estrema senza trascurare le implicazioni politiche.








