Il 15 maggio 2018 Vladimir Putin si fece riprendere alla guida di un camion mentre attraversava per primo, con tanto di occhiali da sole a goccia, il Ponte di Kerch. Era la sua vittoria: il viadotto sospeso più lungo d’Europa (19 km) tra la provincia di Krasnodar, nella Russia continentale, e Kerch, in Crimea, costruito in soli 3 anni e dal costo esorbitante di 3,8 miliardi di euro era pronto. E sottolineava un dato: la Crimea era russa.

IL SIMBOLO dell’espansione zarista verso occidente, lo sgarbo di Krusciov del 1954 e il grande rimpianto dei nazionalisti russi avevano finalmente trovato un redentore. Per anni abbiamo sentito che «lo status della Crimea» non è in discussione dato che per Mosca è territorio russo precedente all’invasione del 2022 e comunque non si ha alcuna intenzione di trattare sulla sua giurisdizione. Ieri, il governatore della penisola, Sergei Aksyonov, ha dichiarato lo stato d’emergenza.

GLI INSISTENTI attacchi ucraini degli ultimi tempi hanno fatto degenerare la situazione. A inizio settimana le autorità di Sebastopoli erano state costrette a chiudere le pompe di benzina ai privati per l’assenza di carburante. I campi estivi dove prima dell’invasione venivano mandati i bambini dei ricchi russi e quelli in viaggio premio hanno deciso di annullare le attività, così come i numerosi resort e villaggi vacanza che mandavano pubblicità in giro per tutta la Federazione. Come se non bastasse, le ripetute ondate di attacchi al ponte di Kerch hanno reso insicuro il transito, provocando sempre più chiusure di diverse ore, come la scorsa notte.