Non è solo il cordone ombelicale strategico con il territorio russo, essendo l’unica via di terra per i rifornimenti militari alla penisola, ma per Vladimir Putin ha un valore simbolico inestimabile: il Ponte di Kerch, colpito e danneggiato per la terza volta dal 2022 dai servizi segreti di Kiev, è il simbolo dell’annessione della Crimea alla Grande Madre Russia.

Con i suoi 18,1 chilometri è il ponte più lungo della Russia e dell’Europa intera. Attraversa lo stretto di Kerch, ai due lati del quale si estendono da un lato la Russia “storica” e dall’altro la Crimea, tornata sotto il controllo di Mosca nel 2014. Un’infrastruttura talmente importante che per costruirla il regime non ha badato a spese: 3,7 miliardi di dollari d’investimento, soluzioni ingegneristiche all’avanguardia per domare le potenti correnti dello stretto e il fondale melmoso. “Tutta tecnologia russa”, aveva annunciato il presidente della Federazione in persona inaugurandolo il 15 maggio 2018.

Quel giorno lo “zar” aveva guidato un camion della russissima Kamaz per mostrare in favore di telecamere il primo transito della storia sul troncone dedicato al traffico veicolare, terminato con sei mesi di anticipo rispetto alla tabella di marcia e attivo fin dal giorno successivo. Per Putin era stata la realizzazione di “un sogno”, anzi “un miracolo”, che la Russia inseguiva “sin dall’epoca zarista” e riaffiorato con cadenza regolare in tutte le fasi di grandeur del Paese, che fossero gli anni ’30 a trazione staliniana o gli anni ’60 dei successi spaziali di Yuri Gagarin. Montando a bordo del Kamaz, aveva usato proprio “poekhali!” – “pronti via!” in russo – pronunciata dal primo cosmonauta del genere umano prima di volare nello spazio a bordo della Vostok 1.