Esiste ampia campitura di fenomeni, in quella «società dello spettacolo» che si è andata delineando alla fine dell’Ottocento per conoscere poi una clamorosa accelerazione in tutto il secolo successivo – nonostante due guerre mondiali – che qualcuno può trovare disdicevoli, del tutto alieni ai propri gusti e scelte. Il musical è uno di questi. A legioni di cultori corrispondono schiere di indifferenti, per come si è andato strutturando, sino a raggiungere forma compiuta dal nucleo originario sperimentato a Broadway e fino ai trionfi di Hollywood. Su un fatto non si può non concordare: anche ciò che qualcuno può trovare forma di spettacolo prescindibile è spina dorsale essenziale della cultura popular, per capacità narrativa, affinamento musicale, evoluzione nella coreutica, per come s’è configurata nel suo ormai più che centenario percorso, e per esserlo stato fin dall’inizio. Ad esempio fornendo abbondante messe di mattoni di base sui quali costruire un’altra estetica, il jazz nell’epoca del primo solismo e dello swing: gli «standard». Con ricadute che arrivano a lambire l’oggi: praticamente nessuno può fingere di non conoscere nulla del musical e di Hollywood nella musica, magari mediato da altre pratiche. La più importante delle quali, e intrinsecamente, indissolubilmente, legata alla musica, è la danza. Dobbiamo a una specialista della storia della danza, Patrizia Veroli, Dancing/Il musical di Hollywood dagli inizi del sonoro a West Side Story (Il Saggiatore), testo che unisce storia e racconto, precisione tecnica e piglio narrativo esperto a spasso nei decenni e nelle coreografie più ardite e funzionali. Si trattava di dipanare una matassa complessa e affascinante, che, almeno a far data dalla prima volta che il pubblico di un cinematografo vide uscire parole e note da un attore sullo schermo, The Jazz Singer, 1927, ha assunto le forme che conosciamo. C’è naturalmente un succoso retroterra, e lì Veroli s’è addentrata con passo sicuro nella tumultuosa nascita e sviluppo dei primigeni musical «all black». Questo riferimento ci porta ad un altro merito del corposo testo: lo mette bene in evidenza in una sua lettera finale il musicologo Stefano Zenni: che in Dancing si precisa, sbalza fuori, prende i contorni che merita: il formidabile apporto della coreutica afroamericana, quella «liberazione del corpo» che innesca energia propulsiva e sensualità solare a «sciogliere come neve al sole i vincoli e i lacci della tradizione puritana».