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18 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 15:42
Esiste un teatro che ha rimesso al centro il canto ma non produce musical, tanto meno opere liriche. Nei suoi lavori, al canto si aggiungono spesso la parola recitata/narrata e sempre il movimento o meglio il corpo, perché si tratta di canto incarnato, embodied. Questo teatro è fatto da piccoli gruppi, che stanno ai margini, e non solo in senso geografico-urbanistico. Del resto – come dico spesso – è dalla periferia che ormai arrivano le proposte più interessanti.
Di conseguenza, quando oggi parliamo (com’è accaduto a Torino, per la III edizione di Percorsi Nomadi, dal 5 al 15 marzo) di embodied musicality, o di drammaturgia musicale, non intendiamo più, principalmente, l’uso della musica nel lavoro teatrale ma ci riferiamo alla “musicalizzazione” dello spettacolo e, in particolare, della performance attoriale. Questa musicalizzazione – ripeto – riguarda in primis il corpo, che è sempre un corpo-voce. Si tratta di dar vita a un corpo-voce ritmico, capace di “mettere in metrica” la parola e il movimento, trasformando la prosa in poesia e l’azione fisica in danza, come sognavano i primi registi più di un secolo fa.






