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Ultimo aggiornamento: 13:14
Il legame fra teatro (o, più ampiamente, spettacolo) e cibo è antico, addirittura originario, nella nostra civiltà (come in altre, per la verità). Basterebbe pensare alle feste in onore di Dioniso che fanno da contesto (e forse da matrice) alle rappresentazioni tragiche e comiche nell’antica Grecia.
L’importanza, nella cultura occidentale, del rapporto di lungo periodo fra mangiare e assistere a uno spettacolo è tale che, agli inizi del Cinquecento, un autore spagnolo avallò la derivazione di “comedia” da “comer”, falsa etimologicamente ma fino ma un certo punto. Infatti, per secoli fu pratica consueta in tutta Europa quella di inframezzare tra una portata e l’altra dei banchetti interventi performativi di buffoni, musici, canterini. Anche se la rappresentazione teatrale vera e propria costituì sempre un momento autonomo, che precedeva o seguiva il banchetto, in un’altra sala o anche nella stessa.
Il nascere dei teatri pubblici a pagamento, a partire dal Seicento, gradualmente allenta questo legame, senza mai cancellarlo del tutto. Com’è noto, nei palchetti dei teatri dell’Opera si faceva di tutto, compreso mangiare e bere in abbondanza (in particolare nel nostro Paese). E nella seconda metà dell’Ottocento, emergono luoghi e generi appositi, il Café Chantant e il Café Concert, per rilanciare questo antico connubio, declinandolo secondo nuove forme di socialità.






