Quando si parla delle origini culturali del sionismo, si ricorda spesso (o si dovrebbe farlo...) la sua matrice illuministica. È un'affermazione corretta e importante. Senza l'Illuminismo europeo, senza l'(incompleta) emancipazione degli ebrei, senza l'idea moderna di cittadinanza e di autodeterminazione dei popoli, il sionismo semplicemente non sarebbe esistito.
Ma l'Illuminismo non è un blocco indistinto. Al suo interno convivono tradizioni diverse, talvolta complementari, talvolta in tensione tra loro. E anche il sionismo non è mai stato una realtà monolitica.
Se si osserva la corrente storicamente prevalente nella costruzione dello Stato di Israele — il sionismo socialista e laburista — emerge con forza una genealogia che passa non solo attraverso l'Illuminismo liberale, ma soprattutto attraverso Jean-Jacques Rousseau.
Naturalmente non sarebbe fondato affermare che i fondatori del sionismo abbiano semplicemente applicato le teorie del filosofo ginevrino. La storia è sempre più complessa. Eppure alcune affinità sono troppo evidenti per essere ignorate.
Rousseau fu uno dei grandi critici dell'individualismo nascente della società moderna. Pur essendo uno dei padri della modernità politica, guardava con sospetto una società fondata esclusivamente sull'interesse privato. Al centro della sua riflessione vi erano il valore della partecipazione civica, l'idea di una comunità politica capace di generare legami di solidarietà, la ricerca di una libertà che non fosse semplice assenza di vincoli ma partecipazione attiva alla vita collettiva.








