Per quanto abbondante, la storiografia sull’antisemitismo è fatta di opere che, per la maggior parte, circoscrivono il problema entro frontiere nazionali, raramente estendendosi a una prospettiva globale: la più importante di queste, scritta da Léon Poliakov, comprende quattro volumi e risale agli anni Cinquanta. Quasi sempre, la traiettoria dell’antisemitismo è presentata come una sorta di anticamera della Shoah, spartiacque che appare al contempo come lo sbocco di una lunga catena di persecuzioni e come l’osservatorio a partire dal quale un insieme eterogeneo di ideologie, pregiudizi e pratiche discriminatorie acquista un profilo coerente e una continuità cronologica. Come la storia dell’Illuminismo è in larga misura una ricostruzione retrospettiva resa possibile dalla Rivoluzione francese, così quella dell’antisemitismo è indissociabile dall’Olocausto.

Anche il saggio di Mark Mazower, Sull’antisemitismo Una parola nella Storia (traduzione di Valentina Palombi, Einaudi, pp. 374, € 25,00) è una sintesi storica, ma la sua prospettiva è diversa: colloca la nascita dell’antisemitismo nella seconda metà del XIX secolo, l’epoca dei nazionalismi e del razzismo, senza vedervi un semplice «aggiornamento» dell’antigiudaismo tradizionale (dall’età della fede all’età della scienza, per riprendere la formula di Poliakov). Il termine «antisemitismo» fu coniato dal pubblicista tedesco Wilhelm von Marr in un saggio del 1879, significativamente intitolato La vittoria del giudaismo sul germanesimo, il quale già prefigurava il mito di un grand remplacement che avrebbe cancellato le fondamenta della nazione tedesca.