Bisognerà che si decidano. I self hating jews, gli ebrei che odiano sé stessi, mi sono sempre sembrati una escogitazione retorica, magari brillante, o il prodotto dell’umorismo ebraico e delle sue sottigliezze. Insomma, non ci ho mai creduto fino in fondo. Ma che ebrei possano sbagliare analisi e posizione, in ogni materia e dunque anche in materia di ebraismo, questo è appena ovvio. Ora Anna Foa, la figliola di Vittorio e Lisa, una che da storica le cose le conosce anche se ha deciso di immergerle nella brodaglia propagandistica ansiogena dell’inesistente ideologia del “genocidio”, ha intrapreso una campagna contro il messianismo, il biblicismo letteralista come programma politico e statuale in Israele, l’aspirazione, a suo dire non solo folcloristica ma minacciosamente politica, alla ricostruzione del Tempio, a una sacralità teocratica che ovviamente modificherebbe l’impalcatura democratica e liberale sulla quale è stato costruito lo stato che ha per capitale Gerusalemme. La cosa curiosa, e perfino inquietante, è che le campagne sul ”genocidio” e la furia belluina scatenata contro Israele, il suo governo, le scelte della sua maggioranza, le campagne militari del suo esercito, non hanno avuto finora come obiettivo il messianismo ma il sionismo, che è l’opposto, che è la base dell’esperienza storica israeliana, è un nazionalismo come riscatto e protezione dal genocidio, quello vero. Bisogna che si decidano. Il messianismo politico è un fanatismo ideologico e la sua base è l’antisionismo, precisamente la base di chi evoca il messianismo come l’ultima e più truce minaccia contro la pace e la natura politica e istituzionale di Israele. Il sionismo, decretò perfino l’Onu in una delle sue intemerate terzomondiste e a sfondo antigiudaico, è una forma di razzismo. Parve e pare semplicemente una bestemmia, ma di successo. L’unica democrazia del medio oriente, in realtà, è un regime di apartheid, secondo gli odiatori di Israele, non importa se ebrei o gentili, che vogliono liberare da quel fantasma razzista la terra in cui i sionisti si sono insediati, e che difendono da molti decenni, dal fiume al mare. Il sionismo è il nuovo nazismo, sproloquiano bestialmente i più saccenti e ignoranti fra coloro che vogliono rimuovere gli ebrei dalla terra che abitano e sulla quale hanno costruito un esperimento miracoloso di libertà e di avanguardia sociale in tutti i campi. Il sionismo è il problema, e da Mamdani in giù le élite dell’antigiudaismo, divenute il nucleo di massa di un movimento mondiale di attacco a Israele fanno a gara nell’indicarlo come l’obiettivo da svellere, da colpire, anche solidarizzando apertamente con la resistenza di Hamas e del 7 ottobre, la resistenza dei pogrom. Naturalmente questa feroce intolleranza, assistita da eserciti agguerriti, armi imboscate e prese di ostaggi, disprezzo nichilista per la laicità e civiltà di un paese considerato estraneo e ostile, nutrita di finanziamenti dal forte odore di petrolio, forte di una minaccia statuale che fa perno sull’Iran prenucleare, forte dell’islam politico e del suo profilo jihadista, dai Fratelli Musulmani in giù, sembra fatta apposta per autorizzare quello che l’ebreo di sinistra considera il messianismo, cioè, a parte il dato bruto che il messianismo non può essere estraneo alla religione ebraica, la torsione verso il Grande Israele e la costruzione del Terzo Tempio sulla quale fondano le loro speranze infime minoranze fanatiche operanti a Gerusalemme. Eppure siamo arrivati a questo maligno capolavoro retorico: dopo aver messo sotto processo il sionismo laico, con la sua veste politica democratica e la sua ispirazione culturale e le sue realizzazioni e le sue autodifese, ecco che non basta, bisogna anche mettere sotto scacco il messianismo, che del sionismo è appunto l’opposto, come si diceva. Così, per completezza, si chiude il cerchio del fronte antisraeliano in una morsa che non lascia scampo.Il sionismo è un controesodo maturato nella cultura del Novecento ma nato negli ideali nazionali del secolo precedente, e alimentato come una benedizione dalla maledizione della Shoah. Il sionismo è intriso di solidarietà, ha avuto il sapore di un revival socialista e comunitario, di aspirazione alla pace e alla convivenza basate sul reciproco riconoscimento dei popoli della regione e sulla salda protezione dello stato ebraico, tutte cose rigettate dal celebre “rifiuto arabo” e poi dalla guerra santa che, quella sì, senza messianismi, è una strategia di dominio teocratico fondata su un libro e sulla norma della Sharia. Il sionismo è un movimento ispirato anche a una autentica e giustificata diffidenza, comune a tutte le tendenze ideali e politiche della migliore storia israeliana, sinistra e destra senza distinzioni di fondo, verso chi lo combatte con le armi della propaganda e con un odio culturale annientatore. Il messianismo, essenza della Torah, non è un movimento politico, non si esprime attraverso maggioranze e governi e opposizioni, non è nelle fibre di Israele, esiste e cresce, se e quando cresce, come disperata risposta ideologica alla negazione del sionismo, quella di fatto del 7 ottobre e delle altre guerre antigiudaiche. Per la terza volta va detto. Si decidano gli antisraeliani. Non si può predicare tutto e il contrario di tutto.
Cortocircuiti degli odiatori di Israele. Il paradosso maligno dell’antimessianismo di Anna Foa & co
Dopo aver messo sotto processo il sionismo laico, con la sua veste politica democratica e la sua ispirazione culturale e le sue realizzazioni e le sue autodifese, ora bisogna anche mettere sotto scacco il messianismo, che del sionismo è appunto l’opposto. Così si chiude il cerchio del fronte antisraeliano in una morsa che non lascia scampo






