C’è un filo rosso che unisce la Vienna di fine Ottocento – dove Theodor Herzl pubblicò nel 1896 Der Judenstaat, teorizzando il sionismo politico – e la capitale austriaca che a metà giugno del 2025 ospitò il primo Congresso Ebraico Antisionista.

Proprio in questi giorni si sarebbe dovuta svolgere la sua seconda edizione. Tuttavia, gli annunci dello scorso anno si sono scontrati con un clima politico austro-tedesco colpevole di una sistematica criminalizzazione del dissenso: l’equiparazione istituzionale tra antisionismo e antisemitismo ha eretto un muro invisibile. Ciò nonostante, l’Iniziativa Antisionista Ebraica di Vienna resiste e ha convertito il grande forum in un quotidiano lavoro di contro-informazione, scudo legale per gli attivisti e presenza fisica nelle piazze.

A marcare la forte componente ebraica, i lavori dello scorso anno sono stati aperti dall’israeliano Haim Bresheeth (Jewish Network for Palestine), seguito dallo storico Ilan Pappé e da attivisti come Ronnie Barkan (Boycott from Within). Di profondo impatto politico sono state le testimonianze del sopravvissuto alla Shoah Stephen Kapos e di esponenti della diaspora come Wieland Hoban (Jewish Voice for a Just Peace), Katie Halper e Jacob Rapkin, coordinati dalla portavoce locale Dalia Sarig-Fellner. In questo quadro di mobilitazione ebraica si sono inseriti, in collegamento video, la relatrice Onu Francesca Albanese e l’attivista Rima Hassan, insieme a Ghada Karmi e al musicista Roger Waters (che ha inviato un videomessaggio e un sostegno finanziario), oltre a una delegazione dall’Indonesia, a testimoniare un legame profondo con le istanze del Sud globale.