C’era un tempo in cui l’idea stessa che lo Stato ebraico potesse sbarrare le porte o espellere un cittadino di fede ebraica era semplicemente inconcepibile. La Legge del Ritorno, pilastro fondativo del 1950, era nata proprio per garantire un rifugio automatico e universale alla Diaspora ebraica, in netta contrapposizione alla politica del Non Ritorno che invece nega categoricamente lo stesso diritto ai profughi palestinesi, per tutelare la maggioranza demografica ebraica.
Oggi, d’altra parte, anche dogmi come la Legge del Ritorno possono crollare pur di sostenere l’ideologia nazionalista e messianica che guida Israele. Nell’ultimo anno, persino attivisti internazionali ebrei, giunti nei territori palestinesi per progetti di «presenza protettiva» – scudi umani pacifici a difesa dei villaggi palestinesi sotto attacco – sono stati arrestati e deportati con procedure d’urgenza.
Da Leila Stillman-Utterback, diciottenne figlia di un rabbino del Vermont processata nel cuore della notte, fino a membri del Center for jewish nonviolence, il copione si ripete: l’accusa formale è la violazione di «zone militari chiuse», ma la condanna reale è politica. Chi non si allinea all’agenda della destra diventa, di fatto, un «nemico dello Stato».











