di Giuseppe Castro

Il rapporto con Israele è talmente influenzato dalla memoria della Shoah che ogni giudizio politico sullo Stato israeliano sembra ancora oggi attraversare una zona di interdizione morale. Le responsabilità dirette e indirette dell’Occidente, e dell’Italia e della Germania in particolare, producono tuttora un cortocircuito logico-linguistico che impedisce di condannare con piena consapevolezza i soprusi e le violenze del governo israeliano in Palestina e in Libano.

Una parte rilevante di questa difficoltà nasce dalla confusione tra antisemitismo, sionismo e antisionismo: una confusione non sempre involontaria, spesso alimentata deliberatamente per ricondurre ogni critica a Israele, e ogni condanna delle sue azioni militari e politiche, a una forma di antisemitismo. Per questo è necessario fare chiarezza.

L’antisemitismo, un crimine tanto abominevole quanto idiota, riguarda l’odio e la discriminazione verso gli ebrei, intesi come gruppo religioso, culturale ed etnico. È una forma specifica di razzismo, storicamente radicata in Europa, che ha prodotto persecuzioni, esclusioni, pogrom e infine lo sterminio industriale della Shoah.

Il sionismo è invece un movimento politico nato con l’obiettivo di costruire una patria nazionale per il popolo ebraico. È nato dentro una storia di persecuzione, insicurezza ed esclusione. Comprenderne le origini, tuttavia, non significa accettarne automaticamente ogni esito storico e politico. Come ogni progetto nazionale, può essere discusso e criticato, soprattutto nelle sue conseguenze concrete.