«L’impronta di un’epoca è inevitabile. Emergerà senza che la si costruisca deliberatamente. E sopravviverà alle mode soltanto se saprà racchiudere qualità permanenti insieme a qualità transitorie». La lezione della designer e direttrice del laboratorio di tessitura del Bauhaus Anni Albers sul design senza tempo (raccolta nel volume On Designing del 1947) sembra, nonostante le premesse opposte, aderire perfettamente alla resistenza del design danese.

In nome di un’estetica duratura e onesta, di una funzionalità che ha sempre messo al centro l’essere umano, di una profonda conoscenza dei materiali e della costruzione, il design così detto “nordico” e poi “new nordic” ha attraversato indenne – o quasi – i nostri tempi e gusti. Quasi, perché qualcuno ha talvolta definito noiosa la “timelessness” del danish design (su un muro del Design Museum di Copenaghen campeggia il celebre motto di Robert Venturi “Less is bore”). Quasi, perché la fedeltà assoluta a questo linguaggio progettuale ha finito spesso per celare il genio dei singoli: a parte i “soliti noti”, davanti le produzioni di arredamento danese c’è il nome di un brand, raramente quello del o della designer. È la prima considerazione che si può fare dopo la 3 days of design di Copenaghen che, in quanto a numeri e attrattività, sta lanciando la sfida alle piazze più blasonate. La seconda è che, in nome di una sostenibilità non di bandiera ma concreta, quella “timelessness” oggi si è tradotta in un attacco al concetto stesso di obsolescenza. Non è solo l’estetica a essere duratura, ma il prodotto tutto, con garanzie di 30 anni, se non “a vita”, con materiali naturali perché nulla garantisce meglio al nostro Pianeta una vita più lunga, con modelli per cui è e sarà sempre possibile trovare un pezzo di ricambio o un’integrazione.