Nessuna riserva sul prestigio degli alpini, al netto delle passate sollevazioni su più di una guasconata sessita al raduno annuale. Ma nel pieno della tempesta delle relazioni atlantiche, con il governo scudisciato volgarmente da Donald Trump, la premier, alloca a Gemona una mossa identitaria che tradisce un equivoco. Va in Friuli, dice, quasi a ristorarsi con un bagno di «orgoglio nazionale». Ecco, se la risposta a un Trump che ci accusa più o meno di difenderci a scrocco, capace di irridere la storia dell’Alleanza fino alla menzogna, noi la buttiamo sul soldatesco della nostra tradizione, finiamo per rivendicare l’esatto opposto di quel che andrebbe reclamato. La tentazione muscolare non allontana la reazione dal solco dell’offesa. Noi siamo gli alpini, certo. La dedizione eroica, l’impegno, i tanti sergenti nelle nevi nostrane e del mondo. L’epopea di gesta commoventi, le trincee, gli inni, le centomila gavette di ghiaccio e il sussidiario delle elementari. Ma siamo anche molto altro con il quale nutrire l’orgoglio di un Paese che ha contribuito a scrivere il canone occidentale, cucendosi addosso i fondamentali.Le intenzioni di Trump sono chiare: la sua concezione affaristica della politica obbedisce a un calcolo che ha per posta non il bene comune – neppure degli Stati Uniti – ma il profitto degli oligarchi tecnologici che sostengono la sua macchina propagandistica. A suo modo è perfettamente coerente. Ingenuo pensare di potersene servire impunemente. Tanto più ora che, vinto su tutti i fronti, nella sua egomania ha da inventarsi ogni giorno una nuova uscita tra il triviale e il buffonesco per sviare lo sguardo dall’immane fallimento. Così ha colto Évian per ridicolizzare un’Italia tardivamente impegnata a scendere da un carro sul quale era salita senza scrupoli.Per trasformare l’occasione di un’umiliazione in una reazione marcata, occorreva però qualcosa in più e di diverso che ripararsi dietro le penne nere. A nutrire l’orgoglio nazionale non dovrebbero essere le imprese belliche, nelle quali, francamente, primeggiamo più per sacrificio che per risultati. Noi, eccelliamo, per esempio, in quella cosa che si chiama Costituzione. Che definisce confini autentici. Lì abbiamo scritto che la guerra la ripudiamo. Non la scateniamo con un occhio alle quotazioni di greggio e gas. E se la brandiamo come minaccia, lo facciamo solo se sentiamo davvero in pericolo il perimetro della nostra frontiera geografica. Esposta a invasioni vere e non immaginarie. Noi non calpestiamo i diritti umani. Non commissioniamo omicidi di Stato ai corpi speciali. Non treschiamo con autocrati, tagliagole o genocidi. Non consideriamo vittime collaterali i morti che sbucano fuori dalla contabilità dei nostri propositi. E non annunciamo cinicamente cambi di regime e lasciamo poi solo chi ci crede. Non chiudiamo frontiere ed alziamo muri a difesa di limiti inesistenti e impossibili. Come in mare.Non dovremmo, almeno. E se invece siamo stati tentati dal farlo. O, peggio, lo abbiamo fatto, è solo perché volevamo convincerci di una grandezza riflessa. Su una lastra deformata, però. Nella quale spariva il nostro vero orgoglio, i principi, e si rimirava il nostro misero calcolo. Rassicurandoci su un’utilità tanto dubbia, quanto effimera. Accorgersene tardivamente solo perché lo specchio in frantumi rivela il trucco della curvatura, fa male. E non cancella la delusione di aver voluto credere all’inganno. Di vederci più piumati che pennuti. Molto peggio di quello che siamo. E non avremmo dovuto essere.
Al nostro orgoglio può bastare la Costituzione
Agli insulti di Trump non serve ribattere richiamandosi alla tradizione militare degli alpini










