All’inizio del 2021, quando gli americani organizzavano il loro ritiro da Kabul, tre ragazze sotto il burqa cantavano la loro ultima canzone: “la libertà ora è finita / la mia prigione è la mia stanza”. Le tre ragazze mi sono venute in mente l’altro giorno, quando una delegazione di talebani è stata ricevuta a Bruxelles per accordarsi sul rimpatrio degli afghani immigrati in Europa e considerati pericolosi. L’Unione europea non riconosce il governo dei talebani – è stato ripetuto in quest’occasione. E però lo riconosce abbastanza per stabilire una collaborazione. Chissà se gli afghani che rimanderemo a casa sono più pericolosi per noi di quanto il regime di Kabul sia pericoloso per loro. Ma il problema non ci sfiora.
Le tre ragazze sotto il burqa si chiamavano Burqa Band e cantarono la loro prima canzone nel 2004, all’arrivo degli americani. Il titolo era Burqa blu (“mi dai tutto il tuo amore / mi dai tutti tuoi baci / e poi tocchi il mio burqa / e non sai chi c’è sotto”). Era un rap ironico e amaro (“mia nonna porta il burqa / mio nonno anche…”) sulla prigionia di chi porta il burqa e anche di chi lo impone. Subito dopo cantarono No Burqa, sulla libertà che deve essere molto più di indossare “jeans e stivali”.















