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Ultimo aggiornamento: 8:59
Mentre i terremoti scuotono le montagne del Kunar, lasciando famiglie sotto le macerie, e i talebani tagliano le linee internet per ridurre al silenzio le voci, le donne afghane continuano a cucire le loro storie nel tessuto della resistenza. “Echoes of the Veil” è più di un progetto di moda. È un appello dalle rovine, una voce che viaggia oltre i segnali bloccati, e un ricordo che la forza delle donne afghane resiste anche quando il mondo le dimentica. Vega, una donna di origini afghane, ci parla del progetto che sta lanciando per reinventare il burqa in nuovi abiti: un’idea che non è solo arte, ma sopravvivenza, memoria e guarigione. La campagna di raccolta fondi è appena partita sulla piattaforma Kickstarter (leggi qui): chi volesse sostenerla può acquistare una gonna, un top o altri capi creati in esclusiva dai tessuti del burqa.
Un’infanzia tra i confini – “Mi chiamo Vega, e questo nome porta con sé il peso di un viaggio che attraversa guerra, esilio, sradicamento e, infine, creazione. Sono nata a Herat, in Afghanistan. Avevo cinque anni quando la mia famiglia fuggì dalla nostra terra natale.
La mia infanzia era una mappa di spostamenti, prima in Iran, dove la vita nei campi profughi era dura. Il cibo era scarso, il caldo insopportabile, il futuro incerto. Ricordo ancora il giorno in cui mi alzai in piedi in una classe e dissi con orgoglio: ‘Benvenuti in seconda elementare’. La sera stessa, mio padre ci disse che dovevamo fuggire di nuovo. Questa volta in Pakistan, poi brevemente in India, poi ancora in Pakistan. Alla fine, gli Stati Uniti approvarono il reinsediamento per mio padre, i miei fratelli e me. Ma non per mia madre. Ci dissero che ci avrebbe raggiunto in sei mesi. Ci vollero dieci anni. Immaginate crescere in una nuova terra senza l’abbraccio di tua madre.







