Dopo il fuoco incrociato dei mesi scorsi con il Pakistan, diventato in questi cinque anni nemico giurato del regime afghano dei Talebani che ospita, quando serve loro, i fratelli del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), da settimane gli Studenti di Dio stanno conducendo una campagna omicida contro le donne. Il tutto dopo averle costrette a una vita di stenti disumani, private della possibilità di frequentare le scuole, se non le elementari, lavorare e uscire per strada da sole. Lo scorso 1 giugno, un imprecisato numero di afghane è stato arrestato nella provincia di Herat e nella parte occidentale del Paese dalla polizia che risponde al famigerato Ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio per aver reagito all’arresto di una di loro che, sostengono le autorità, non si era coperta adeguatamente.

Durante le successive manifestazioni ne hanno arrestate un gran numero. Ma il giorno dopo la decisione di alcuni uomini, sempre nella provincia di Herat, di affiancare le proteste di madri, figlie, sorelle e mogli, i Talebani hanno aperto il fuoco sulla folla uccidendo e ferendo senza pietà. Non essendoci media veramente indipendenti in Afghanistan è difficile fornire le cifre corrette, resta il fatto che si parla di almeno una decina di vittime. Una settimana dopo, alcune ragazze che stavano camminando per strada sono state prelevate dalla polizia e di loro non si sa più nulla, almeno per ora. Ilfattoquotidiano.it ha chiesto a Zalmai Nishat, analista e ricercatore afghano presso la Sussex University, nonché fondatore dell’Associazione di beneficenza e think tank Mosaic Foundation, perché il ‘casus belli’ e le proteste hanno avuto luogo in questa provincia dell’Afghanistan.