La penuria d’acqua è una delle conseguenze del cambiamento climatico con cui dovremo fare i conti nei tempi più brevi. Il caldo prosciuga i fiumi e consuma i ghiacciai, ovvio. Ma è anche il nostro modello di sviluppo ad essere sempre più assetato, dall’agricoltura all’industria.
E la direzione in cui stiamo andando è quella contraria al risparmio dell’acqua.
Anche quest’anno il Po è ridotto a un ruscello e l’estate è appena agli inizi. La stagione non era iniziata male, con laghi e invasi a buon livello. Ma l’ondata di caldo si è fatta sentire rapidamente. Adesso le riserve idriche nel bacino del grande fiume sono del 35% inferiori alla media del periodo di riferimento. Con l’avvio della stagione dell’irrigazione, ci sono scorte «solo per qualche settimana», ha comunicato ieri l’Osservatorio permanente per gli utilizzi idrici nel distretto del fiume Po.
Ma siccome è un sistema di vasi comunicanti (letteralmente), i rimedi alla scarsità d’acqua per i campi coltivati finiscono per colpire settori adiacenti e altrettanto dipendenti dall’acqua.
La Regione Lombardia ieri ha chiesto a Terna e alle altre aziende del comparto energetico di sottrarre un po’ di acqua ai bacini idroelettrici per darla ai contadini. E così le fonti rinnovabili e l’agricoltura sostenibile, in teoria alleati nella transizione ecologica, diventano concorrenti.












