L’omicidio di Lorenzo Spasiano a Miano, ucciso, a quanto finora emerge, per aver commesso un semplice fallo giocando a calcetto, alla persona “sbagliata”, è l’ennesimo vile atto di una ferocia che non accenna a fermarsi. Appena due mesi fa la tragica fine a Ponticelli di Fabio Ascione, che aveva da poco smontato dal lavoro in una sala Bingo. Prima di lui Giogiò, poi Francesco Pio Maimone, e tutta una spoon river di giovani vite spezzate. Nomi che diventano simboli, volti impressi nel dolore di una comunità, vittime innocenti di una violenza cieca e assurda che continua a strappare il futuro dalle mani di questa terra.

Davanti a questa sequenza di tragedie, il rischio più grande che corriamo è l’assuefazione. Non possiamo, non dobbiamo abituarci a vedere morire i nostri figli. Non si può accettare l’orrore come se fosse una tragica fatalità, un dazio ineluttabile da pagare al degrado o alla fatalità di una serata fuori. La morte di un ragazzo non è mai una cosa normale.«Difendiamo i nostri figli»: questo è il grido disperato, ma carico di dignità, del padre di Lorenzo Spasiano. Un appello che non è solo il pianto di un genitore straziato, ma una chiamata alle armi della coscienza per ognuno di noi. Difendere i nostri figli significa fare scudo comune, rifiutare la logica dell’indifferenza e del «non mi riguarda». La risposta a questa violenza non può essere una questione di sicurezza delegata alle forze dell’ordine. Richiede un profondo esame di coscienza collettivo. Le istituzioni devono garantire non solo il controllo, ma spazi di crescita, cultura e alternative reali al vuoto sociale. Le famiglie e la scuola devono allearsi per educare all’empatia e al valore sacro della vita, contrastando i modelli tossici della sopraffazione. La cittadinanza tutta deve smettere di voltarsi dall’altra parte. Ogni volta che si tollera un atto di prepotenza, si semina il terreno per la tragedia successiva. La memoria di Lorenzo, di Fabio, di Giogiò, di Francesco Pio e di tutte le giovani anime sacrificate a questa violenza non deve andare perduta. Il modo migliore per onorarli è raccogliere l’appello di quel padre e trasformarlo in azione concreta. La città deve risvegliarsi, ritrovare la propria anima e gridare, unita, che il futuro dei nostri giovani va protetto a ogni costo. Perché una comunità che lascia morire i propri figli è una comunità che sta rinunciando a esistere.