L'ombra del lavoro nero continua a pesare in maniera strutturale sul tessuto economico e sociale italiano. Secondo l'ultimo rapporto dell'Ufficio Studi della Cgia di Mestre, basato su dati Istat, l'economia sommersa nel nostro Paese genera un giro d'affari che supera i 77 miliardi di euro all'anno (precisamente 77,174 miliardi). Una piaga che non solo sottrae risorse vitali alle casse dello Stato in termini di tasse e contributi, ma calpesta i diritti fondamentali dei lavoratori e altera la concorrenza a danno delle imprese oneste.

A livello nazionale si stimano circa 2,6 milioni di occupati irregolari (2.608.600 per l'esattezza), con un tasso di irregolarità medio del 10 per cento. Sebbene la quota più consistente di questo mercato illegale si concentri storicamente nel Mezzogiorno – dove si produce il 35,7% del valore aggiunto sommerso e opera il 37,5% degli irregolari complessivi – l'analisi dettagliata mette in luce dinamiche regionali e settoriali estremamente preoccupanti. In questo quadro, la Sardegna si colloca in una posizione di forte criticità rispetto alla media del Paese.

All'interno della mappa del lavoro nero disegnata dalla Cgia, la Sardegna emerge con indicatori che superano sensibilmente la media nazionale, evidenziando una vulnerabilità economica ed occupazionale rilevante. Nell’Isola si contano ben 73mila occupati irregolari. Per comprendere l'impatto di questa cifra, è necessario guardare al tasso di irregolarità regionale (ovvero l'incidenza dei lavoratori in nero sul totale degli occupati): qui da noi questo dato schizza all'11,5 per cento, superando dunque di un punto e mezzo percentuale il già preoccupante 10% della media italiana.