«Eravamo a casa quando è arrivata la prima scossa. Tremava tutto, è stato terribile... Abbiamo preso in braccio i nostri gattini e siamo usciti all'aperto. Dopo la seconda scossa, anche il nostro edificio ha riportato seri danni. Nessuno di noi è potuto ancora rientrare a prendere effetti personali. Ma, gracias a Dios, siamo vivi...». Fulvia Vivio racconta così quei drammatici attimi della scorsa sera, quando una duplice scossa di terremoto ha devastato il Venezuela. Lei e suo marito Marcello sono fra i 120mila residenti venezuelani di origine italiana e abitano a Caracas, in uno dei quartieri più colpiti, Los Palos Grandes, zona residenziale del municipio Chacao: «L'isolato in cui viviamo ora sembra una zona di guerra. Alcuni palazzi sono in macerie, altri sono sventrati, con l'interno degli appartamenti a vista. Mentre camminavamo, abbiamo visto l'hotel Altamira Suites fra gli edifici danneggiati: tutti gli ospiti erano confluiti nella grande piazza, con le valige e i trolley, spaesati e intimoriti, senza sapere dove andare...». Mentre continuavano le scosse di assestamento, Fulvia e Marcello si sono rifugiati nella villetta di un familiare di una loro vicina, un'abitazione bassa che non ha subito danni, vicino alla montagna dell'Avila, insieme ad altre quattro famiglie: «Ora stiamo tutti qui, ma dovremo cercare di uscire per recuperare ciò che ci serve: medicine, cibo, panni di ricambio. Ma le file davanti alle farmacie sono già lunghissime e non sarà semplice...».Un altro oriundo italiano, Tony Brascetta, che abita nel quartiere di La Urbina, racconta di aver vissuto insieme ai suoi cari «minuti interminabili, una scossa mai sentita, fortissima e lunghissima. Alcuni palazzi vicino a noi sono venuti giù, altri hanno danni visibili». Anche lui abita in una villetta, rimasta in piedi, in cui sta ospitando due cognate e le loro famiglie. E così, mentre si fa buio, la grande città inizia a fare i conti con l'incubo appena vissuto. Gli apagones, le interruzioni di corrente elettrica si susseguono. Nei momenti in cui torna la corrente e le reti telefoniche funzionano, i cellulari squillano all'impazzata. Nelle chat ci si scambia brevi video e messaggi audio, per comunicare di essere sopravvissuti agli amici e ai parenti. Se qualcuno non risponde, cresce la preoccupazione. E partono catene via whatsapp per chiedere «di togliere la password» alle reti di wi-fi personali, in modo da consentire a chi è vivo, ma ancora sotto le macerie, di agganciarsi e mandare segnali e richieste d'aiuto. Una dopo l'altra, vengono create piattaforme social e portali web per la ricerca delle persone scomparse: su una di esse, Venezuela te busca, sono già registrati quasi 10mila nomi di persone aun buscadas, ossia da rintracciare, a fronte di appena 342 ritrovate. Mercoledì era un giorno di festa, in molti avevano scelto di popolare i centri commerciali per fare compere o trascorrere il pomeriggio, E alcuni di quei centri, racconta una residente, sono collassati. Affacciata sul Mar dei Caraibi, a 25 chilometri dalla capitale, c'è la Guaira, storico centro portuale e rinomato polo alberghiero, a pochi chilometri dell'aeroporto internazionale di Maiquetia, immediatamente chiuso per danni strutturali. I video amatoriali, girati da sopravvissuti e diffusi nelle prime ore, mostrano decine di edifici rasi al suolo. Da Valencia, in Spagna, Caterina Gasperini cerca di entrare in contatto con la mamma del suo compagno: «Si è da poco trasferita lì e non conosciamo ancora alcun vicino a cui telefonare. Abbiamo provato a chiamare lei e anche un altro amico, ma i loro cellulari non squillano». Un elenco provvisorio fatto circolare nelle chat, già nelle prime ore, riporta il collasso di diversi alberghi: «La Guzmania, Hotel Dorado, Eduard, Negra Hipòlita» e danni seri anche a Caraballeda e Naiguatà. Nella zona feriti e vittime per ora si contano in alcune centinaia, ma paiono numeri destinati a salire. Purtroppo, l'ennesimo disastro per una zona già devastata ventisette anni fa da un'alluvione che fece trentamila morti. Ma il sisma ha fatto tremare di paura gran parte del Paese. Da Barquisimeto, città a 370 km dalla Capitale, il professor Miguel Acosta fa sapere agli amici che sta bene, anche se «pure qui il terremoto si è fatto sentire in modo forte». E mentre proseguono le ricerche dei sopravvissuti, il Venezuela fa i conti con una tragedia di cui ancora non conosce le dimensioni.