di Mikhail Minakov (direttore della rivista “The Ideology and Politics Journal”)
Quando la grande slavista italiana Giovanna Brogi Bercoff propose il concetto di “polimorfismo culturale” come chiave di lettura del mondo ucraino, compì un gesto teorico di rara generosità. Invitava a guardare all’Ucraina senza misurarla secondo un modello nazionale ideale: la sua frammentazione — due lingue d’uso quotidiano, quattro grandi confessioni, regioni dai profili storici opposti, memorie del Novecento inconciliabili — non era un deficit da colmare, ma una ricchezza costitutiva. Una risorsa per la democrazia ucraina e per chi voleva comprenderla.
Eppure chi osserva oggi la realtà ucraina non può non avvertire un paradosso stridente. Mentre il discorso accademico, a ragione, continua a celebrare il polimorfismo, le condizioni materiali che lo rendono possibile vengono erose. Le politiche linguistiche si fanno più rigide, l’informazione converge nella maratona televisiva unificata [il riferimento è al programma Jedyny novyny, Telegiornali uniti, una maratona di notizie affidata in parti uguali a diverse aziende dei media, criticata per la linea decisamente filogovernativa e poco obiettiva – N.d.R.], gli spazi religiosi legati al Patriarcato di Mosca si chiudono, i partiti considerati filorussi sono stati sospesi. La guerra scatenata dalla Russia ha drammaticamente accelerato questi processi. Ma non li ha creati: le loro radici affondano in dinamiche avviate almeno dal 2014.







