«Vi dicono che odiamo la cultura russa. Come si può odiare una cultura, qualsiasi cultura? I vicini si arricchiscono a vicenda sempre dal punto di vista culturale, ma ciò non li rende un unico insieme, non ci fa fondere con voi. Siamo diversi, ma non è un motivo per essere nemici». Era bello, quel discorso di Zelensky la notte del 23 febbraio 2022 (vigilia dell’invasione moscovita) rivolto non solo agli ucraini ma (in russo) a tutti i russi che avessero ascoltato il drammatico appello. Altri toni rispetto al bellicoso proclama che Putin aveva diretto ai «Cittadini della Russia, amici, compatrioti in Ucraina»: «La Verkhovna Rada (parlamento di Kiev) ha generato un flusso continuo di leggi discriminatorie ed è già in vigore la legge sui cosiddetti popoli indigeni. Quanti si identificano come russi e aspirano a preservare le proprie identità, lingua e cultura ricevono il messaggio che non sono benvenuti in Ucraina. In base alle leggi sull’istruzione e la lingua ucraina come lingua di stato, il russo non ha posto nelle scuole né negli spazi pubblici, nemmeno nei negozi». Una tesi così forzata che il Consiglio europeo sentenzierà: «È inaccettabile che la Federazione Russa continui a usare la situazione del russo come lingua minoritaria in Ucraina come pretesto per l’aggressione».
Quando la guerra arriva sulla lingua
È un peccato che Kiev abbia deciso l’altro giorno (fermo restando l’ucraino come ovvia lingua ufficiale), di togliere il russo dalla lista delle lingue delle minoranze cui si applicano le disposizioni della Carta europea








