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Da quando l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán ha perso le elezioni ad aprile, la Russia ha perso il suo principale alleato tra i paesi dell’Unione Europea. Senza l’Ungheria, dove adesso c’è un governo più collaborativo con le istituzioni europee, il ruolo di paese più ostico da convincere sulle sanzioni alla Russia sembra essere passato alla Bulgaria di Rumen Radev, che la scorsa settimana ha partecipato al suo primo Consiglio Europeo e ha messo il veto su una nuova serie di sanzioni.
Radev è in carica da maggio, prima era il presidente della Bulgaria. Ad aprile ha vinto le ottave elezioni nel paese in cinque anni, con un programma antisistema e il sostegno di partiti di orientamento filorusso: ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento, come non succedeva dal 1997, ponendo di fatto fine a una lunga fase di instabilità politica. Radev ha addotto motivazioni di interesse nazionale per opporsi alle sanzioni europee.
Nella lista di persone da sanzionare ce n’erano due (su 34) per cui Radev era contrario: l’ex presidente della compagnia petrolifera russa Lukoil, Vagit Alekperov, e il patriarca Kirill, il capo della Chiesa ortodossa russa che è un fiancheggiatore del regime del presidente russo Vladimir Putin. Vediamo un caso per volta.







