Perché Mark Rutte fa di tutto per compiacere (e tranquillizzare) Donald Trump? Probabilmente perché è il segretario della Nato nella fase peggiore dell'Alleanza da quando è stata costituita, il 4 aprile 1949 con la firma del trattato dell'Atlantico del Nord. Si potrebbe obiettare che spesso, il suo, è un eccesso di zelo. Ma la solerzia fa parte del carattere di Teflon Mark, come è stato ribattezzato dai giornalisti olandesi, per sottolineare l'indubbia capacità di resistere a crisi e terremoti durante i quasi 14 anni filati da primo ministro. Un politico rivestito di una sostanza antiaderente in grado di respingere tutto: il fango, le malignità, gli agguati; e di tenere insieme governi con liberali, cristianodemocratici, socialdemocratici, centristi e partner riluttanti.
La compiacenza di Rutte si è affinata per anni nel rapporto privilegiato con la Germania. Con i tedeschi, e soprattutto per conto loro, ha portato avanti politiche rigoriste in Europa, all'insegna dell'austerity economica e di una chiusura pregiudiziale al debito comune. In fondo, ma nemmeno troppo, lo animava una malcelata diffidenza per i Paesi affacciati sul Mediterraneo e la loro tendenza a spendere. Nemmeno la pandemia ha smosso le sue certezze: il capofila dei frugali si era inizialmente opposto alle richieste di Italia e Francia per il Next Generation Eu, perché faceva rima con eurobond. La resa non è stata incondizionata: ha ottenuto che una fetta consistente degli aiuti fosse elargita sotto forma di prestiti da rimborsare e non di contributi a fondo perduto.Ex manager delle risorse umane di Unilever, laureato in storia, nell'ottobre del 2024 Mark Rutte è entrato in carica come segretario della Nato per un motivo semplice e ragionevole: un feeling consolidato con l'inquilino della Casa Bianca. Tanto consolidato da meritarsi un altro soprannome: l'uomo che sussurrava a Trump, traduzione di The Trump Whisperer. Stavolta il conio era stato della stampa internazionale, all'indomani del complicato vertice Nato di Bruxelles nel 2018, quando il presidente americano minacciò di ritirare gli Stati Uniti dall'Alleanza se gli europei non avessero aumentato le spese militari. Un disco rotto. Macron e Merkel si irrigidirono ma Rutte, in veste di premier olandese, prese la parola e sostenne le ragioni di Trump. Che, naturalmente, ha ricambiato la simpatia. Da allora la compiacenza ha oscillato tra doveroso pragmatismo e stucchevole adulazione. Nel giugno 2025, all'indomani della guerra dei 12 giorni contro l'Iran, Trump pubblicò sui social un messaggio privato del segretario della Nato. "Dear Donald", l'incipit. Seguivano le congratulazioni per l'azione "decisiva" contro Teheran, definita straordinaria, qualcosa che nessun altro avrebbe osato fare. E soprattutto il ringraziamento per aver fatto pagare "in BIG way" (con le maiuscole che tanto piacciono all'inquilino della Casa Bianca), cioè in grande stile, l'Europa. Che, ricordiamo, si è impegnata ad aumentare le spese per la difesa al 5% del Pil entro il 2035. Il giorno dopo Rutte si superò, definendo Trump il nostro Daddy, il paparino che a volte deve usare le parole forti. Non più "primus inter pares" ma primo e basta.Forse, visti i tempi, è l'amico giusto al posto giusto. Nei mesi in cui Trump voleva prendere il controllo della Groenlandia, la capacità di Rutte di spostare il discorso, dall'imbarazzo per una superpotenza che minaccia la sovranità di un partner all'esigenza di proteggere l'Artico dalle mire cinesi e russe, è stata utile. Ma per chi vive perennemente sulla corda, è un attimo perdere l'equilibrio. La storia dei 500 aerei partiti dalle basi italiane a sostegno dell'operazione Epic Fury in Iran, riferita in un'intervista alla Fox News, il canale più amato dai trumpiani, è un tentativo di rassicurare l'amico Donald e il suo elettorato sulla lealtà degli europei, sulla tenuta della Nato a fianco dello Zio Sam. Come dire: siamo con voi e vi siamo utili, non ci abbandonate. In effetti il momento è serio, dopo il ventilato disimpegno delle forze statunitensi dal Vecchio Continente e alla vigilia del vertice di Ankara in cui Trump si presenterà come il Daddy arrabbiato, anzi furibondo, perché a Hormuz ha dovuto fare da solo. Con noi italiani in particolare. Il problema è che Teflon Mark, con quel riferimento troppo generico al supporto, poi corretto, per salvare l'Alleanza ha messo in difficoltà l'alleato.













